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GRAZIE DEI FIORI

“Vuoi la mia? Stiamo perdendo tempo. Siamo qui per un non-starter.”

Seduti attorno al tavolo ci sono molti dei personaggi che dominano il mercato dei diritti di licensing. Discografici, editori, agenti. Tutti specialisti. Siamo nella sala riunioni di una delle compagnie telefoniche che contano. Ma non posso dirvi quale: ho firmato un accordo di non divulgazione.

Fornari siede alla mia destra. La cosa mi rincuora. Sotto molti aspetti è il discografico più cattivo che conosca. Cinico e spietato, come piace a me. Mi guarderei bene dall’avere un problema con lui. Per mia fortuna, gli sono simpatico. 

Un tale Amministratore Delegato ci introduce al discorsetto di una tale Veronica Vullo. Ci spiega che è la cost controller dell’azienda e sembra essere molto impaziente di lasciarle la parola. 

Finalmente Doppia V si alza - per modo di dire, visto che sarà alta un metro e cinquanta - e comincia il suo sermone.  Una serie di banalità da sbadiglio. Mentre sto per addormentarmi, ecco il colpo di scena. Tra un’ovvietà e un’altra, Doppia V getta sul tavolo una frase come questa:

“Ammettiamolo. La discografia è un’industria alla frutta. Ha bisogno di qualcosa di nuovo. E noi siamo qui per offrirvi delle grandi opportunità.”

Restano tutti in silenzio. Forno mi guarda, con un ghigno beffardo sul volto. 

“Possiamo fare molto business insieme. Ma non a certi prezzi o condizioni. Non ha davvero senso impuntarsi su certe questioni di principio… Abbassare la media del costo attuale delle licenze e rivedere le condizioni contrattuali potrebbe essere l’inizio di una collaborazione molto fruttuosa.”

Forno si alza, raccoglie le sue cose e si dirige a grandi falcate verso Doppia V. Il suo completo scuro di Armani è irresistibile come la sua camminata. L’attenzione dei presenti è tutta per lui. 

La raggiunge e le porge un biglietto da visita.

“Grazie dell’invito.”

Doppia V resta paralizzata. “Prego?”

“Se c’è dell’altro chiami pure la mia assistente. Questo è il suo bigliettino.”

Mormorii di fondo. 

“Mi scusi, signor…”

“Fornari. Diego Fornari.”

“Sì, scusi… Perché se ne va? Non vuole ascoltare la nostra proposta?”

“Non ci penso minimamente.”

Qualcuno scoppia a ridere. 

“Le spiacerebbe dirmi perchè?”

“No di certo, signorina. Forse però spiacerebbe a lei.”

“Si spieghi meglio.”

“Siamo noi che vendiamo. Chi compra lo fa alle condizioni del venditore.”

“Ma il venditore deve considerare il mercato…”

“Per l’appunto. Solo che la sua opinione sull’industria che rappresentiamo è che sia alla frutta. Dati alla mano, non coincide con la mia. Ma forse lei parla di vendite e io di music licensing… Mi creda, sono due cose diverse.”

“Io mi baso sulle ricerche di mercato…”

“E io sui clienti che rappresento. A loro questo modo di ragionare non interessa.”

“Sta buttando via un’opportunità.”

“È quello che vorreste farci credere”, sibila Forno lanciando uno sguardo esplicito ad Amministratore Delegato. “Dal mio punto di vista, siete degli intermediari che si guadagnano da vivere cercando di abbassare i prezzi dei fornitori dei vostri clienti. Ovvero di chi produce e sviluppa veramente qualcosa. L’idea di darvi da mangiare a scapito nostro e dei nostri artisti, mi perdoni, non mi trova consenziente. Perlomeno potreste proporvi diversamente… In questa maniera non ci sono i presupposti per un dialogo. Non so cosa ne pensino gli altri.”

Silenzio tombale nella sala riunioni.

“È stato un piacere, per così dire.”

Sotto gli sguardi attoniti dei presenti, Forno si volta, avanza coriaceo verso la porta, la apre e sparisce dalla visuale collettiva.

Non posso proprio resistere. Mi alzo ed esco a ruota, senza neanche salutare. Gli ruzzolo dietro e lo bracco davanti alla porta dell’ascensore. Si apre. Entriamo.

Forno, impassibile, schiaccia il tasto T. 

Come se non fosse successo nulla. E infatti è così.

Non-starter.

Glielo dico. Devo.

“Sei stato mitico. Questa è leggenda che si tramanda ai posteri.”

“Non esageriamo, ragazzo. È solo il mio mestiere.”

“Sì, ma svolto all’ennesima potenza.”

“Perché, c’è un altro modo?”

No, davvero.

DIRTY LITTLE SECRET

“Porca troia. Non mi dire che adesso ce la ritroviamo tra i coglioni.”
Vi ho mai parlato di Helga?
Ci sono cose imprescindibili nel music business. Helga è una di queste.
Ovviamente non si chiama Helga. Quello è il nomignolo che le hanno affibbiato, considerando le sue notevoli affinità con alcuni personaggi meno conosciuti tipo Goebbels o Himmler. Nell’ambiente si vocifera che sia stata lei a dettare Mein Kampf al vecchio Adolf, parola per parola. Conoscendola, non faccio fatica a crederci.
Per qualche ragione, Helga occupa la posizione di Tuttofare Ufficiale in una delle tre majors rimaste. Dico tre perché come forse saprete la EMI è passata a miglior vita. The Greatest Record Company In The World: forse una volta… Ad ogni modo, Helga è riuscita ad uscire indenne da tutte le fusioni e acquisizioni che hanno portato all’attuale situazione di mercato. Il che è senz’altro meritevole di enorme rispetto, considerando che non solo si tratta di una femmina ma anche di un pericolo pubblico, una mina vagante senza un briciolo di orecchie o talento.
Voi mi chiederete: ma allora che cazzo ci sta a fare lì?
Ricordatemi che vi devo una risposta.
Quello che a Tenenbaum non sembra andare giù (perlomeno non come il bicchiere di scotch che ingolla all’istante appena la vede) è che sta venendo verso il nostro tavolo.
Con Loverdose sotto braccio.
Sono consapevole che la nostra artista sia un peperino con una serie di ambigue frequentazioni: ma a tutto c’è un limite. Considerando Helga non so cosa pensare. Potrebbe essere qui indifferentemente in veste di discografica o di semplice mignotta lesbica.
“Cerca di sorridere, Tenny. Fai buon viso a cattivo gioco.”
“Tranquillo, ragazzo. Solo che se mi chiami Tenny un’altra volta ti faccio fare il giro del ristorante a calci nel culo.”
“Non farmi la suscettibile, ora.”
Ci alziamo e diamo il benvenuto alle signore.
“Spero che non siate arrabbiati se ho portato la concorrenza” è l’esordio di Loverdose.
“Concorrenza? Scusa, io non la vedo”, risponde Tenenbaum abbracciando calorosamente entrambe. Razza di paraculo. Poi Helga viene verso di me e mi bacia sulla guancia.
“Ciao, Roessler”, sibila, lanciandomi il suo tipico sguardo da troia.
Il mio problema, vedete, è che non l’ho mai scopata. Ed è un problema grosso, se avete a che fare con un ego di queste dimensioni. Voglio dire: tutti si sono scopati Helga. E quando dico tutti intendo proprio TUTTI. La sua intera carriera è stato un percorso ad ostacoli di altezza compresa tra i 12 e i 25 centimetri. I suoi artisti? Se li è fatti quasi tutti. Il suo capo? Si è scopata pure lui. A quanto pare le uniche persone immuni al suo strapotere sessuale siamo io, Fits e un novero molto ristretto di professionisti che pensano prima al lavoro e poi alla figa.
Vi dovevo una risposta, giusto?
“Lisa ed io dobbiamo dirvi una cosa”, annuncia Loverdose con uno sguardo ammiccante.
Lisa sarebbe Helga. Tenenbaum ha un piccolo tic nervoso.
“Ci siamo fidanzate.”
Guardo mister T.
Lui guarda me.
Senso di sollievo.
“Beh, congratulazioni!”
E vai coi festeggiamenti e i brindisi.
La cena è un vero spasso. Devo ammettere che Helga riesce a starmi simpatica, a momenti. Fa persino ridere Tenenbaum di gusto un paio di volte. Merce rara. Tra un discorso e l’altro, però, mi accorgo che mi lancia occhiate che mi trapassano come stilettate.
Così decido di andarmene fuori a fumarmi una canna e faccio un paio di chiamate necessarie. Mentre rifletto su che cazzo voglia, eccola che si materializza davanti a me.
“Mi fai fare un tiro?”
Gliela passo.
Mi osserva. Le sorrido di rimando, con moderazione.
“Sei proprio un bel tipo, tu.”
“Perchè?”
Silenzio. Mi guarda come se sapesse qualcosa che io non so. Mi ripassa la canna. Faccio un tiro.
“Lo sai che te la porterò via, no?”
Questo mi piace di Helga. La sua sfrontatezza. Voglio dire: è pieno di troie in giro che per fare carriera sono disposte a tutto. Come lei. Ma non sono molte quelle che lo ammettono spudoratamente. Rendiamo onore al merito.
“Sai com’è, Lisa. Succede. Io non ho le tette. Così va il mondo.”
“Esatto. Mi è sempre piaciuto il tuo realismo.”
“Il punto è un altro, però.”
“Ovvero?”
“Vuoi un punto di vista obbiettivo o maschile?”
“Maschile mi pare più interessante.”
“D’accordo. Allora ti dico che non esiste figa di cui prima o poi non ci si possa stancare.”
“Grande verità. Ma il tuo problema è che io ve la porterò via prima che si stanchi di me.”
“Ah, non ho dubbi che tu possa farcela, visto come sei arrivata dove sei.”
“Non fare lo stronzo, Roessler.”
“Non eri tu quella a cui piaceva il mio realismo?”
“Ahahaha. Touchè.”
Ha il suo fascino, Helga, bisogna ammetterlo. È un’avversaria di tutto rispetto, soprattutto contando il fatto che lei ha la figa e io no. E che la sa usare a comando per ottenere qualunque obbiettivo.
“Senti, perché non abbiamo mai scopato noi due?” mi chiede.
“Perché mi fai paura.”
“Tu invece no. Per niente.”
“Lo so. E forse è anche per questo.”
“Sei un uomo molto intelligente, Roessler. Come faccio a scoparti il cervello?”
“Non puoi. Ma forse puoi provare a portarmi via l’artista usando i tuoi mezzi. Sono certo che ti darebbe una grande soddisfazione.”
Le passo la canna. Fa un gran tiro e mi fissa per tutto il tempo.
“Certo. E lo sai. Non potendo scoparti, ci provo dall’altra parte.”
“Sei proprio una gran signora, tu.”
“Dai, su. Scherzavo.”
“Non credo.”
“Infatti, no.”
“Lisa.”
“Eh.”
“Fammi un favore.”
“Dimmi.”
“Ripassami la canna e levati dalle palle, su, che devo fare una telefonata urgente.”
“Okay, okay. Dai, non ti arrabbiare.”
“Non sono arrabbiato.”
Vedo nel suo sguardo che assapora già il gusto della vittoria. Mi fa l’occhiolino e sculetta verso il nostro tavolo. La guardo da dietro. Non mi dice niente. Recupero il cellulare dalla tasca della giacca e controllo lo schermo: il microfono è ancora acceso. Lo spengo, salvo il file e lo inoltro. Poi torno a dispensare sorrisi e pacche sulle spalle.


“Allora?”
“Si sente perfettamente.”
“Favoloso.”
“Vuoi risentire?”
“Basta e avanza. Grazie. Me ne ricavi una versione in mp3?”
“Considerala già nella tua casella di posta.”
“Passa domani in ufficio e mandami la fattura, che ti pago all’istante.”
“Mi piace fare business con te, Roessler.”
“Ti assicuro che è reciproco.”
“Senti, scusa.”
“Eh.”
“Ma quella troietta con cui parlavi…”
“Seee…”
“Credo di riconoscere la sua voce.”
“Cioè?”
“Beh, ci vuole un po’ di immaginazione… Non vorrei che pensassi che sto violando la mia etica professionale…”
“No, affatto…”
“Ma se non te lo dicessi non sarei trasparente…”
“Certo, certo…”
“Così, su due piedi, ti direi che era l’amante del tuo capo.”
“Di Tenenbaum?”
“Tenenbaum? Ma và, lui se ne scopa già abbastanza… Era l’amante di Weiss.”
Santiddio.
“Senti, non dirlo a nessuno okay?”
“Sarò muto come un pesce.”
“Si, ma come un pesce lanterna. Ci siamo capiti?”
“Non preoccuparti. Vuoi che non sappia mantenere un segreto?”

HATE TO SAY I TOLD YOU SO

“Allora?”
“Ce l’ho.”
“E?”
“Ahò, nun sono nei sessanta…”
“Stai scherzando, vero?”
“Heeehehehehehehehehe!”
“Mortacci tua, Michè… Vuoi farmi morire?”
“Perché, nun te lo meriteresti?”
“Un altro giorno, magari.”
“Stavi in tensione, regà?”
“Ci puoi scommettere.”
“È perché nun te fidi di Michè tuo…”
“Anche su questo hai ragione. Dopo i tuoi ultimi voli pindarici, sai.”
“Eddaje, ‘o sai che è stato un malinteso…”
“Chiamalo come cazzo vuoi, Michè.”
“Pure er capo tuo m’ha scaggionato… A’ pischè, ma chevvoi deppiù?”
“Non darmi del pischello, Michele.”
“Ah, regazzino vabbene ma pischello no?”
“Veramente non andrebbe bene nessuno dei due…”
“D’accordo, stai ancora incazzato.”
“Parliamo di cose serie, su. Dobbiamo entrare tra quei sei.”
“Eeeeh, miracolo.”
“Pensavo fossi tu l’esperto in materia.”
“La fai troppo facile, regà… Quest’anno ce vole Houdini.”
“Ma falla finita. Quattro sono già assegnati. Ne restano due.”
“Appunto. Te rendi conto?”
“Assolutamente.”
“Può succedere de tutto…”
“Non se gli proponi uno scambio vantaggioso.”
“Sarebbe?”
“Non far finta di non sentire, Michè. Quanti tra i tuoi clienti hanno avuto proposte per andare al Festival?”
“Vabbè ma che c’entra, scusa? Mica posso usà loro per avvantaggiare voi…”
“No, non è che puoi. Devi.”
“E perchè mai?”
“Non so. Potremmo avere tanto in comune…”
“Cioè?”
“Magari l’hai messa in culo a loro come hai provato a metterla in culo a noi, ad esempio. Potrei organizzare una tavola rotonda, che ne dici?”
“Nun arriveresti a tanto.”
“Mettimi alla prova.”
“T’ho già detto che…”
“Lo so cosa cazzo mi hai detto. Perciò di che stiamo parlando?”
“Eddai, su. Nun metterme in ‘sta posizione demmerda…”
“Anche se non avessi scazzato non cambierebbe niente… Te lo chiederei comunque. La differenza è che adesso, mentre te lo chiedo, ti sto offrendo la possibilità di recuperare della credibilità nei miei confronti. Però se non ti interessa puoi sempre chiamare Tenenbaum e mi eviterò il fastidio.”
“Sei proprio un grande stronzo, Roessler.”
“Già. Ma non un infame. Ricordatelo. Perciò adesso muovi i tuoi tentacoli e cerca di darmi qualche motivo per non far intervenire qualcuno dall’alto.”
“Visto come butta me sa che sarebbe mejo.”
“Tu credi?”
“Eccome.”
“Io invece la vedo così: ti avranno anche “scagionato” ma odori di sospetto. Basterebbe alzare un filo di brezza e avresti dei problemi ben più grossi dell’infilare a forza i nostri artisti a Sanremo. Perciò muovi il culo, Michè, e vedi di non irritarmi più di quanto tu abbia già fatto.”
“Pensi davero de riuscì a ingabbiarme così, in secula seculorum?”
“No, solo per stavolta. Ma sarà più che sufficiente.”
“Comunque su una cosa hai raggione.”
“Cosa?”
“Sarebbe mejo che nun te chiamassi più nè pischello nè regazzino.”
“Non dirmi che non te l’avevo detto.”

BOHEMIAN RHAPSODY

Io e Tenenbaum siamo nell’auto presidenziale di Weiss e ci stiamo fumando una canna.
Non saprei dirvi bene come siamo finiti proprio qui. Ma ci siamo.
Weiss ha un autista di colore che viene da New Orleans. Questo sì che è stile.
“Cercate almeno di non scaccolarmi sui sedili, cazzo.”
Vi presento Wayne. Detto Way-In. Detto da lui, ovviamente.
“Tenenbaum, ma come cazzo ci siamo finiti qui? E soprattutto che ci fa questo brutto negraccio nella limousine del capo?”
“In fondo credo sia un romantico. Pensa che faccia folclore.”
“Seee, fate gli stronzi voi due. Ma senza Way-In dove cazzo credete di andare?”
“Tu che ne dici, Roess?”
“Ah, guarda. Dopo questo tiro non so nemmeno se riuscirò a staccarmi dal sedile.”
“Funziona l’autoradio in questo catorcio?”
“Solo il cd.”
“Il cd.”
“Si, la radio l’ho eliminata. Mi annoia a morte. Non so se hai presente le stazioni radio in Louisiana, viso pallido…”
“Un lettore mp3 lo possiedi, neanderthal?”
“Non so di cosa tu stia parlando…”
“E pensare che provieni dai modernissimi United States Of America…”
“Infatti ti stavo coglionando, vecchio ebreo. Hai una chiavetta USB, immagino.”
Tenenbaum gliela allunga.
“E adesso alza il volume, metti in moto e fatti un lungo giro, schwarzkopf.”
Devo riconoscerglielo. Wayne è la miglior guida notturna post-sconvolgimento al mondo. Un conducente coi fiocchi: la sua è quella che definirei una guida felpata. Ha un intuito panoramico, nel senso che sa sempre trovare percorsi che valga la pena di osservare. Se poi gli passi un tiro di canna e gli dai un po’ di musica può diventare l’equivalente del Francis Ford Coppola degli autisti.
Restiamo in silenzio ad ascoltare la musica e a guardare fuori dal finestrino per un tempo indefinibile. Wayne guida attraverso Piazza Duomo, attorno al Castello Sforzesco, si lancia su San Siro, ritorna sui navigli. Nei pressi di Porta Romana, però, abbassa di colpo il volume e rompe l’incantesimo.
“Capo, cos’è questa cosa?”
“Un nostro gruppo emergente. Little Death Machine.”
“Però.”
Silenzio.
“Perché me lo chiedi?”, gli fa Tenenbaum.
“È la cosa migliore che ho sentito finora.”
“Meglio di Loverdose?”
“Chi?”
“La ragazza che cantava prima?”
“Ah, quella. Brava, eh. Ma non come questi.”
“Meno male che fai l’autista, carbonella…”
“E che autista”, aggiungo.
“Siete proprio due coglioni.”
“Dai, su, torniamo indietro prima che Weiss se ne accorga.”
“Posso rimettere questo pezzo?”
“Basta che non apri più bocca.”
E così torniamo indietro riascoltando quattro volte “Voyeur Shore”.
Tenenbaum nel frattempo ha rollato una canna di richiamo. Sto per morire, lo so.
E succede qualcosa.
È il pezzo.
Al secondo ascolto è già molto meglio del primo.
Al terzo è enormemente meglio del secondo.
L’ultimo ascolto è devastante. Tenenbaum e io scuotiamo la testa come due ragazzini. Guardo Wayne e sta facendo lo stesso. Tutti a tempo.
Siamo in un cazzo di film. Solo che è Wayne’s World, a quanto pare.
Finalmente arriviamo. Non ce la facevo più. Son troppo vecchio per l’headbanging.
Cioccolatone si gira verso di noi e porge la chiavetta a Tenenbaum.
“Peccato dovertela ridare. Mi ha reso sopportabile la vostra presenza.”
“Potremmo sempre forarti le gomme, uomo pece.”
“Forza, portate via il culo da qui.”
Tenenbaum gli allunga una bustina.
“Cosa sarebbe, una mancia?”
“Guardalo bene. È un pezzo di fumo.”
“È per i tuoi momenti intimi”, gli dico.
“See see. Volete solo comprare il mio silenzio, voi due.”
“Anche quello. Con la simpatia.”
“Ammettilo, Wayne. Ti stiamo simpatici.”
“Proprio. Come un chewing-gum attaccato alla scarpa.”
“Che ingrato. E sì che ti ho presentato la mia amica Diana…”
“Ma chi, l’escort?”
“Ma come, lo sapevi?”
“Certo che si… Una bella signora come quella con un negraccio come me?”
“Poteva sempre essere una ninfomane con la passione per la china.”
“Ti facevo più sveglio, Tenny.”
Ahaha. Tenny?
“Dai, su, prendi la tangente e vaffanculo.”
“Okay. Ma solo perché è di prima qualità.”
“Come se le altre volte fosse stata robaccia.”
“Senti, T. Mi fai avere quella canzone?”
“Ancora?”
“Dai, su.”
“Te la mando io con WeTransfer, se pensi di riuscire ad usarlo”, gli dico.
“Ci proverò, buana.”
“Ci si vede, cioccolatone.”
Scendiamo e improvvisamente mi ricordo dove siamo.
Cazzo.
“Tenenbaum.”
“Eh.”
“Dobbiamo proprio rientrare?”
“Temo di sì.”
“In questo stato?”
“Mi sa.”
“Okay.”
“Andiamo.”
“Aspetta. Che faccia ho?”
“La solita. Da pirla.”
“Allora va bene.”
“Coraggio. Sorridi.”

LABELS OR LOVE

“Ehilà, vecchio. Come stai?”

Edoardo Zerbino è quello che oggigiorno, tra le majors, chiamano un A&R. Un titolo sontuoso: Artist & Repertoire. Figure nevralgiche nella galassia discografica, prima che il loro mestiere si trasformasse in un più sbrigativo Assault & Robbery.

“E come vuoi che stia?”, gli rispondo, stringendogli la mano.

“Come uno che sta in cima alle classifiche, immagino.”

Da Stefanino è strapieno come sempre, all’ora di pranzo, ma Edo è riuscito a farsi dare un tavolo relativamente appartato. Quanto basta da non dover urlare per capirci. 

“Era da un po’ che non venivo qui.”

“A chi lo dici.”

“Non vedo l’ora di farmi un bel piattone di moscardini affogati.”

“Così buoni che dovrebbero essere illegali.”

“Amen. Brindiamo ai moscardini di Stefanino.”

“Ai moscardini.”

Mi sa che la sta prendendo larga. 

Ci vogliono due porzioni di moscardini, un branzino al forno con patate, due bottiglie di bianco, due caffè e una grappa prima di entrare nell’argomento. Nel frattempo conversiamo del business e delle nostre vecchie conoscenze in comune. Arlenghi che è andato in pensione. Tissone che ha mollato tutto e adesso vive a Caracas con una ventenne. Tagliavento che è finalmente diventato dirigente. La Cerminati che è finita in Mediaset. 

“La verità, Roessler, è che siamo rimasti in pochi a saper fare questo mestiere.”

“Pochi, ma buoni.”

“Alcuni sì. Come ad esempio voi.”

“Noi?”

“Certo, voi.”

“Non siamo mica discografici…”

“Ti sbagli. Lo siete come e più di noi. Guarda cosa avete combinato con questa pischella…”

“Un bel colpo di culo, no?”

“Dai, non prendermi in giro. Sono cinque settimane che state al numero uno con un disco autoprodotto. Robbie, Lady GaGa, Modà, la Amoroso, Vasco, i finalisti di X Factor… Tutti a rincorrervi. State mettendo tutti in fila.”

“Sai cosa, Edo… Noi non pensiamo in questi termini. Ci concentriamo sull’artista e lasciamo le stronzate agli altri.”

“E pensate bene, a quanto pare.”

“Forse dovreste cominciare a farlo anche voi, lassù a Fantasilandia.”

“Eh. Ad averne il tempo…”

“Beh, trovatelo. Se lo facciamo noi potete farlo anche voi.”

“Hai idea di quanti progetti segua uno come me?”

“Più o meno sì. Ma se meno del 10% di loro genera un profitto vuol dire che la maggior parte del tempo la butti via. Potrebbe essere usata molto meglio.”

“Non potrei essere più d’accordo.”

“Quindi presumo di non essere venuto fin qui per parlare di Loverdose.”

Mi guarda come se gli avessero appena sparato in pieno petto.

“In realtà, Roessler, avrebbe dovuto essere l’argomento del giorno…”

“Lo dico per te. Risparmiati l’imbarazzo.”

“Ma non fare lo stronzo, dai…”

“Va bene, allora. Mostrami le tue carte.”

“Vorremmo prendere questo disco in licenza, con un’opzione per acquisirla col prossimo, a condizioni prefissate.”

“Bella questa. Volete un’opzione per portarcela via?”

“Saremmo anche intenzionati ad assumervi come consulenti sul progetto, per tutta la durata dell’eventuale accordo. Avrete quasi carta bianca.”

“Ma non mi dire.”

“Sarà un’offerta vantaggiosa, vedrai. Per voi e per lei.”

“Un’offerta tresessanta?”

“Ovviamente.”

“Sei spiritoso, devo concedertelo.”

“E su questo disco, che alla fine resterebbe comunque vostro, avreste tutto il nostro supporto.”

“Edo.”

“Eh.”

“Siamo al numero uno da cinque settimane.”

“Eh.”

“Ma di quale supporto parli?” 

Silenzio tombale.

“Ti dirò qualcosa che non immaginate, lassù a Fantasilandia. È solo l’inizio. Ripassa quando avremo finito e ci faremo delle grasse risate pensando a quella che adesso chiami un’offerta vantaggiosa…”

“Non hai neppure idea delle cifre.”

“Non serve.”

“Non ti interessano i soldi?”

“Diciamo che non sono la nostra priorità immediata. Ne abbiamo abbastanza per sostenere il progetto anche da soli. Ma voglio essere aperto. Dammi una ragione per spartire con voi questo business.”

“Investiremo sull’artista.”

“Suona bene. Per il momento voglio limitarmi a prenderlo come un complimento.”

“Starebbe a dire?”

“Che ne riparliamo quando il ciclo di vita di questo disco sarà avviato verso la sua conclusione. A quel punto, numeri alla mano, faremo valutazioni più concrete.”

“Mi stai dicendo che non ti interessa darci in licenza questo disco?”

“Posso darvi una licenza sul supporto fisico e qualche commissione per i business procurati in qualità di licenziatari. Per tutto il resto temo che se ne riparlerà al momento opportuno.”

“Tutto qui?”

“Meglio di un pugno in un occhio, no?”

“E saresti disposto a promettermelo per iscritto?”

“Manco per il cazzo.”

“Dunque dovrei fidarmi e basta.”

“Amico. Sei stato tu a chiamarmi.”

“Hai ragione, Roessler, scusa.”

“Non c’è problema. Comunque esci da qui con qualche punto a tuo favore.”

“Tipo?”

“Sei il primo che ha mostrato dell’interesse. Sono cose a cui normalmente prestiamo attenzione.”

“Non era difficilissimo, considerate le circostanze…”

“I tuoi concorrenti non si sono ancora mossi. Sei un passo avanti a loro.”

“Pensavo che grondassi di offerte…”

“Si, dai perdenti. Non dai tuoi competitors.”

“Potrebbero farsi vivi.”

“Tranquillo, mi ricorderò di chi è arrivato in anticipo.”

“Grazie.”

“Grazie a te per questa scorpacciata.”

Arriva un ultimo giro di grappa.

Guardo Edo. Man down. 

Cin cin. Salute.

“Lo sai, Roessler”, mi dice mentre usciamo, “non posso farci niente, mi stai simpatico. Provo molto rispetto nei tuoi confronti. Cazzo, sei l’uomo dei records. Milioni di dischi. Milioni. Oggi se ne vendi centomila è un boom pazzesco.”

Mi stringe la mano.

“Altri tempi.”

“Già. Ma mi fa molto piacere che tu sia venuto. E ti prego, restiamo in contatto.”

Continua a stringermi la mano.

“Più in contatto di così…”

Alla fine realizza e molla la presa.

“Ehm… Scusa.”

“Ma figurati.”

“Ero sovrappensiero…”

“Tranquillo. È solo che non vorrei rimanere incinto.”

CRISES

“Non puoi capire cos’ho appena combinato.” 

Fits sembra sull’orlo di una crisi di pianto.

“Non se non me lo spieghi.”

“Volevo scriverti questa mail…”

“Eh.”

“Forwardandoti una mail del cliente dove dava di matto…”

“Cioè?”

“Mi ha scritto certi deliri… Volevo renderti partecipe… Ho aggiunto dei commenti un po’ forti…”

“Io non ho ricevuto nessuna tua mail…”

“Aspetta, Roessler. Fammi finire.”

“Okay.”

“Invece di cliccare forward ho cliccato reply…”

“L’hai mandata al cliente?”

“Si.”

Oh cazzo.

“Non sai cosa ti avevo scritto…”

“Riassumimi il peggio.”

“Beh… Tipo… Questo coglione farebbe meglio a imparare a scrivere canzoni piuttosto che copiare quelle degli altri e poi rompere il cazzo perché nessuno se lo caga di striscio?”

“Ah.”

“Eh.”

“Ricordami di ricordarti che dobbiamo parlare del tuo linguaggio, un giorno o l’altro.”

“Molto divertente.”

“Richiamalo subito.”

“Scherzi?”

“Per niente. Richiamalo e mandalo affanculo.”

“Ti sei drogato, per caso?”

“Ascoltami bene. Devi farlo sembrare un gesto di estremo impulso. In fondo sono tre mesi che spacca i maroni con le sue teorie del complotto… E sono tre mesi che cerchi di tenerlo calmo. Può succedere che uno abbia un momento di cedimento.”

“E il mio momento di cedimento sarebbe mandarlo affanculo?”

“Esattamente. Devi sembrare furioso. Mette in dubbio la tua credibilità… Ti sfinisce di lamentele… Ma come si permette? Forse non si fida? E poi… Scusati.”

“Cosa?”

“Scusati. Di colpo ti ripigli. Scusami sai, ma tutta questa pressione… Questi sospetti… Mi hanno dato alla testa.”

“La verità, insomma.”

“Si. Però ritoccata ed esposta in maniera teatrale. Pensi di farcela?”

“Non so.”

“Perchè?”

“Quello è un gran pezzo di merda. C’è il rischio che se le prenda a morte.”

“Vedi alternative migliori?”

“…”

“Ascolta, Fits. È la tua unica chance. L’unico modo di spiegare una risposta del genere. Farla sembrare irrazionale, impulsiva… Ma devi agire subito. Se lo chiamassi tra tre ore non saresti credibile.”

“Va bene. Lo chiamo.”

“Ma subito.”

“Va bene, va bene…”

“E comincia tu. Devi sembrare stressatissimo. Martellalo e non ti fermare.”

“Ci provo.”

“No, lo DEVI fare. Non dargli spazio né tregua. E richiamami appena hai finito.”

“Okay.”

∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞

“Allora?”

“Tuttapposto.”

“Cioè?”

“Se l’è incredibilmente bevuta. Solo che non ho fatto in tempo a scusarmi: l’ha fatto prima lui…”

“Non ci credo.”

“Ti dirò di più: sembrava impaurito. A un certo punto ho minacciato di mollare tutto, tanto era tutto inutile visto il suo atteggiamento… E lui mi ha pregato di non farlo…”

“Del tipo: no, Fits, dai, non fare così?”

“Si, si…”

“Ahahaha… Meraviglioso.”

“Grazie della dritta.”

“Figurati.”

“Com’è che sai sempre come salvarmi il culo?”

“Logica.”

“Per esempio? Mandare affanculo un cliente per fidelizzarlo sarebbe quello che definiresti logica?”

“Devi pensare più esteso, ragazzo.”

“Cioè?”

“Tante merde in giro hanno un disperato bisogno di essere cagate.”

“Proverbio francese?”

“Saggezza orientale.”

“Tu si che hai classe.”

“Puoi dirlo forte, cazzo.”

THE PROFESSIONAL

“L’abbiamo trovato?”

“Si.”

“E dove cazzo era?”

“In un altro albergo. Uno nuovo di pacca.”

“Ecco perchè… Gli hai parlato?”

“A-ha.”

“E…?”

“E niente. Dice che l’albergo in cui lo hanno prenotato era deprimente.”

“Ah, ecco.”

“La suite troppo piccola, il servizio in camera scadente, il wi-fi a pagamento…”

“Orrore. È con la squinzia?”

“Secondo te?”

“Va bene. Dammi il numero.”

“Te lo giro dal blackberry.”

“Ok. A dopo.”

∞ ∞ ∞ ∞ ∞ ∞ ∞ ∞ ∞ ∞

“Maestro.”

“Ehilà, Rò.”

“Allora? Te la stai spassando?”

“Mica troppo, sai. Non ho fatto in tempo a cambiare albergo che già me ne voglio andare di nuovo…”

“E perchè?”

“Non sono molto gentili, qui.”

“Spiegati meglio.”

“I camerieri al ristorante sono indisponenti. Anzi: delle vere teste di cazzo, se proprio ci tieni a saperlo.”

“Nei grandi hotels se ne incontrano spesso.”

“E dovresti vedere il club sandwich che mi hanno portato. Per riuscire ad addentarlo ci voleva la bocca di un coccodrillo.”

“Per questo, di solito, lo servono con le posate…”

“Appunto, dovevi vederle. Saranno anche state d’argento, ma avevano delle strane macchie…”

“Disdicevole.”

“Non so se resterò ancora a lungo.”

“Senti, mica puoi cambiare di nuovo albergo proprio adesso… Tra poco hai le prove.”

“Non posso mica farlo dopo.”

“Non puoi nemmeno spostare le prove o arrivare in ritardo.”

“Cazzo, adesso anche tu ti ci metti…”

“Sto solo cercando di essere realista.”

“Si, questo perchè non sei tu ad essere al mio posto…”

“Vabbè, senti. Dimmi dove vuoi andare e prenotiamo noi.”

“Mica è compito vostro.”

“Giusto. Ma non vorrei che certi pensieri ti distraessero in un’occasione come questa…”

“Ma cosa dici, certo che no…”

“Mi sentirò più tranquillo, comunque.”

“Mica volevo che te ne occupassi tu…”

“Me ne sto già occupando.”

“No, dai, Rò. Lascia stare, ormai qui sono e qui resto. È un postaccio ma vedrò di farmelo andare bene per una notte…”

“Sicuro?”

“Si, si, non preoccuparti. Sono un professionista, io.”

LET’S GROOVE

“Voglio fare la dj.”

Loverdose ha uno sguardo serio, oggi. Uno di quelli che sai che ti costringerà a dedicarle tutta la tua attenzione.

“La dj.”

“A-ha.”

“Sei appena andata al numero 1 in classifica con un pezzo rock. E adesso vuoi darti alla dance?”

“La dance è il nuovo rock’n’roll, Roessler.” 

Come se non lo sapessi. 

Avete provato ad andare a vedere un live set di Martin Solveig o Benny Benassi? Smuovono decine di migliaia di persone alla volta. Intere tribù capaci di ballare ininterrottamente per ore. Gente che è capace di prendere un aereo solo per andare a Ibiza a sentire Erick Morillo mettere i dischi. 

I djs sono le più moderne tra le rockstars. Non stanno a perdere tempo per cercare di vendere i dischi: vanno là fuori e suonano, facendo ballare il mondo intero. Se sei bravo ed entri nel giro giusto puoi diventare milionario a una velocità folle. Arrivano a pagarti 20, 30, 50, 100 mila euro a serata. A SERATA! 

Non c’è da stupirsi se la dance costituisca attualmente uno dei più floridi mercati nel mondo della musica live. Tanto per dirne una: i costi di produzione sono davvero irrisori. Non hai una crew, non ci sono musicisti, il personale è ridotto al minimo. Bastano un mac, un buon impianto, una solida reputazione e un minimo di buon gusto. Se dai un milione di dollari a Springsteen ne utilizzerà gran parte per pagare la gente che lavora per lui. Se li dai ai Daft Punk la maggior parte gli finirà in tasca.

Tutte queste cose Loverdose le sa bene.

Il gruppo che produce, i Little Death Machine, sono fondamentalmente tre djs che suonano musica rock. Beh, esteticamente non è proprio rock… Ma gli somiglia terribilmente. Lo chiamano dubstep. Quando vado a vederli, ascoltandoli, sento l’urgenza di scuotere la testa come un metallaro. E infatti la loro musica è una specie di heavy metal elettronico, con un potentissimo groove.

“Vuoi fare come i Little Death Machine?”

“Esatto.”

“Loro però non sono al n.1 in classifica.”

“Non hanno neppure mai pubblicato un singolo, se è per quello. In compenso sul loro canale Youtube hanno il triplo delle visualizzazioni che ho io.”

“La strategia del non concedersi, a quanto pare, sta pagando alla grande.”

“Esatto.”

“Dunque vuoi fare un pezzo con loro?”

“Tu non mi ascolti, Roessler. Ho detto che voglio fare la dj. Questo viene prima di tutto. Dopodichè… Si, a un certo punto vorrò fare un pezzo con loro. Ma non adesso.”

“Perché no?”

“Non è il momento. Non sono ancora credibile in quella scena.”

“Lo sei nella tua.”

“Si, ma non basta.”

“Come lo sai?”

“Lo so e basta. E lo sai anche tu. Quanto ci ha messo Skin per conquistare una credibilità come dj?”

“Touchè.”

“Devo prima posizionarmi.”

“E come vuoi compiere questa metamorfosi? Vuoi metterti nelle mani di un qualche Bob Sinclar o David Guetta de noantri?”

“Stai scherzando, spero. Roessler, cazzo, ma per chi mi prendi?”

“Non lo so, dimmelo tu. Sei tu quella che ieri era Janis Joplin e oggi vuole essere Tiesto.”

“Minchia, Tiesto. Se me lo porti qui giuro che me lo scopo davanti a te.”

“Mi risparmierei volentieri il supplizio, grazie. Ma a parte questo: vuoi finalmente dirmi che cazzo vuoi?”

“Voglio che mi trovi un produttore che spacchi.”

“Pensavo che la musica la “producessi” tu…”

“I pezzi, i suoni si. Ci mancherebbe che li facessi fare ad altri… Ma mi serve qualcuno che mi aiuti a trasformarli in qualcosa di diverso. Che li rielabori. Una mente superiore.”

“Tipo Prodigy o roba del genere?”

“Così mi piaci, zietto. Se la dance è il nuovo rock’n’roll, voglio trovare il modo di rendere il rock’n’roll la nuova dance.”

Comincia ad avere un senso. 

“D’accordo, ragazzina.”

“Veramente?”

“No, sto scherzando… Certo che si. Ho fiducia nelle tue idee. Basta che non esageri con la droga.”

“E potresti anche finanziarmi?”

“Io? Vorrai scherzare, spero. Sono scherzetti che competono ai discografici, quelli.”

“E tu me ne troverai uno.”

“Più di uno, se sceglieremo il personaggio giusto e farai un lavoro come si conviene.”

“Puoi scommetterci il culo, zio.”

“Buttami giù una lista e mandamela.”

“L’avrai entro stasera.”

“Voglio anche dei demo dei pezzi su cui vorresti lavorare.”

“Te ne ho portati alcuni. Vedrai che bastano e avanzano.”

Mi consegna una minuscola chiavetta USB a forma di cuore. Resto a guardarla per un secondo. Sono passato dalle cassette ai cd, e adesso a questo. Il mondo della musica è cambiato parecchio, da quando ho cominciato a lavorarci. 

Loverdose si alza, fa il giro del tavolo e mi stampa un’impronta di rossetto sulla fronte.

“Non ti deluderò, vedrai.”

“Vattene, prima che cambi idea.”

Resto a guardarla mentre prende la sua borsa ed esce dall’ufficio. Ha delle gambe fantastiche e il suo culo è come se mi parlasse. Cerco di scacciare tutti i pensieri sconci pensando a cose apocalittiche: la vivisezione, le fosse comuni dei campi di concentramento nazisti piene di cadaveri, il crollo delle torri gemelle, la bomba atomica…

Poi lei si gira a guardarmi, mi fa l’occhiolino e finalmente esce.

Assassina.

Collego la chiavetta USB al computer, apro la cartella e sento il primo pezzo a caso.

Parte con un riffone urticante. Roba che, campionata, potrebbe diventare letale.

Ne ascolto un altro. È una traccia vocale. 

Il modo in cui canta ha qualcosa di folle, di urgente, di nevrotico. Riesco a immaginarmi decine di basi sulle quali calzerebbe a pennello. Tutte estremamente diverse tra loro. 

E poi c’è questa COSA.

Non saprei neppure bene come definirla. È una canzone fatta e finita, che parte con una lunga intro piano e voce… E ad un certo punto esplode in una scarica di adrenalina… Poi ridiventa quieta e tranquilla, di nuovo piano e voce, eterea… E infine sfocia in una specie di orgasmo sonico.

Una Loverdose.

Alzo il telefono e comincio a comporre un numero. Ho avuto un’illuminazione. Adesso percepisco tutto con estrema chiarezza.

Il mondo ha un assoluto bisogno di una bella overdose d’amore.

Non lo diceva forse anche quel vecchio trombone di Zucchero?

I JUST CAN’T GET ENOUGH

Da: Fittipaldi Di Sipio

A: Lena Pliskin

Ogg: perché? 

Lena, tesoro,

ho visto la vostra ultima playlist e sono rimasto a bocca aperta. Ho due singoli in top 20 e nemmeno uno sembra degno della vostra considerazione. Ma non eravate una hit radio?

Baci,

Fits

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Da: Lena Pliskin

A: Fittipaldi Di Sipio 

Re: Ogg: perché?

Fitty, amore mio,

sai bene che abbiamo una nostra policy. Dai, non farmi i soliti discorsetti noiosi. Lo sai che ti voglio bene.

Baci baci,

Le

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Da: Fittipaldi Di Sipio

A: Lena Pliskin

Re. Re: Ogg: perché?

Scusa, Le,

in cosa consisterebbe questa policy, esattamente?

Mi dite che siete una hit radio e poi non suonate le hits. 

Sarò limitato, ma non ci arrivo. Illuminami.

Baci baci baci,

Fits

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Da: Lena Pliskin

A: Fittipaldi Di Sipio

Re: Re: Re: Ogg: perché?

Allora ti spiego.

La nostra è una playlist di hits ma anche una playlist mista. Le nostre scelte si basano su diversi criteri. Anzitutto i grandi successi sulla radio. Circa 20/25 pezzi. Poi le medio-grandi priorità internazionali (naturalmente filtrate da noi). In media una decina di pezzi. Infine 3/4 pezzi nuovi non ancora fortemente mainstream. In totale saranno una quarantina di pezzi. 

Non abbiamo certo spazio per tutto. 

Ma vi stiamo monitorando. Hai già perso la tua fede in me?

Le

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Da: Fittipaldi Di Sipio

A: Lena Pliskin

Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Ci state “monitorando”? Non mi pare proprio. 

Numero dieci e numero diciotto. Stanno nei primi venti in classifica airplay. I grandi successi della radio, no? 

E poi scusami, uno dei due è primo nella classifica vendite. Da venti giorni consecutivi. Siete l’unica emittente che non lo suona. È alquanto singolare.

La fede non si perde mai. Però al momento traballa un tantino. 

Fits

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Da: Lena Pliskin

A: Fittipaldi Di Sipio

Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Fits,

al pubblico queste congetture non interessano. E noi sappiamo quale musica piaccia ai nostri ascoltatori. Facciamo i nostri sondaggi.

Fine della discussione.

Le

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Da: Fittipaldi Di Sipio

A: Lena Pliskin

Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Dai non ti incazzare, Le.

Vai un pò a vedere su YouTube. I video dei nostri hits hanno 7 e 3 milioni di visualizzazioni. Non interessano al pubblico? A me sembra proprio il contrario.

Fits

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Da: Lena Pliskin

A: Fittipaldi Di Sipio

Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Non mi incazzo affatto. Sono solo un pò stufa di dovermi giustificare con tutti. 

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Da: Fittipaldi Di Sipio

A: Lena Pliskin

Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Non ti devi giustificare, Le. Fate quello che credete. Ma ammetterai che è strano. Non saprei come spiegarlo ai nostri clienti. Figurati a T.

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Da: Lena Pliskin

A: Fittipaldi Di Sipio

Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

T come Terminator? ;)

Digli di chiamarmi, invece di molestarti. Gli spiego tutto io.

Le

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Da: Fittipaldi Di Sipio

A: Tenenbaum

Fwd: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Capo, vedi sotto.

Cosa vuoi che faccia?

Fits

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Da: Tenenbaum

A: Fittipaldi Di Sipio

Re: Fwd: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Me ne occupo io.

Grazie,

T

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Da: Fittipaldi Di Sipio

A: Roessler

Fwd: Re: Fwd: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Per tua info.

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Da: Roessler

A: Tenenbaum

Fwd: Fwd: Re: Fwd: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Non me lo dire…

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Da: Tenenbaum

A: Roessler

Re: Fwd: Fwd: Re: Fwd: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Ogg: perché?

Chi, io? Figurati…

:-)

DON’T TELL A SOUL

“Te l’hanno messa ar culo, Fits. Un lavoretto coi fiocchi. C’è poco da rosicà.”

Su Skype Michele sembra in fortmssima. Abbronzato, rilassato, indossa una bella giacca elegante, camicia e cravatta. Magari sotto la scrivania è in mutande (e non è improbabile che lo sia), ma il suo mezzobusto ha un aspetto da anchorman.

Fits invece indossa una t-shirt dei Distillers ed è più bianco di Kinski in Nosferatu.

“Mi pare evidente”, aggiungo, tanto per sollevargli il morale. 

“Ma come hanno fatto?”

“A’ pischè, e come credi? Pagando, no?”

Dovete sapere che gli energumeni della promozione radiotelevisiva sono dei veri fissati. Dai loro computers monitorano 24 ore su 24 i movimenti dei brani sulle radio principali. Notano ogni variazione di posizione dei singoli in classifica. Seguono in modo maniacale l’attività della concorrenza. Almeno in teoria. Nella realtà, in giro ce ne sono pochi organizzati ed efficienti quanto Fits. Se una canzone può diventare un successo potete star certi che lui farà in modo che avvenga. Diversamente potrete sempre incolparlo. Fa parte dei suoi oneri, e a Tenenbaum questa cosa sembra piacere un sacco. 

“Michele, ho monitorato quel pezzo come se fossi stato il fottuto Magnum PI. Ieri stavamo in top 20, ho tutti gli screenshots. Poi a un certo punto il pezzo scende di 13 posizioni. 13 POSIZIONI! Così, di colpo.”

“Da un minuto all’altro?”

“Esatto. L’ho visto succedere in tempo reale, per puro caso.”

“Mortacci. E nun sei svenuto?”

“Stavo per.”

“Te credo.”

“Tenenbaum avrebbe voluto mangiarmi vivo. Meno male che l’ho scoperto per primo e gliel’ho detto immediatamente… Si capirà che non è colpa mia, stavolta?”

“E che dovevi fà?”

“Appunto.”

“‘Sta cosa è grave. Molto grave.”

“Ma lascia stare. Come ci difendiamo?”

La miglior difesa è l’attacco. Figuratevi se uno come Fits non lo sa.

“Manname gli scrinsciots, per cominciare.”

“Li ho già raccolti e catalogati in ordine di tempo. Te li mando tra un minuto.”

Bravo soldato. Mai lasciare nulla al caso. Così si fa.

“Senti, Michè”, intervengo.

“Eh.”

“È opera del nostro amico?”

“De Yaki?”

“No, de Tavaroli… Di chi se no?”

“‘O sai ggià chi è stato. È tutta colpa de Moggi…”

“Finiscila. È roba sua?”

“Ti stupirebbe?”

“Per niente.”

“Fai bene a pensarla così. Le coincidenze nun esistono.”

“Sono d’accordo.”

“Ma nun poi esse sicuro.”

“Non puoi mai esserlo.”

“Però effettivamente fa venì pensieri cattivi.”

“Se è stato lui lo voglio sapere.”

“Contace.”

“Come farai?”

“Eh. Hai presente Amisci Mei? Sii astuto come un cervo.”

“Ho presente, ma mi sfugge di che cazzo stai parlando.”

“Lo vedrai.”

“Devo darti carta bianca?”

“Perché, devo ancora chiedertela? Pensavo me spettasse de diritto…”

Fits decide di interrompere il siparietto.

E senza saperlo apre le porte dell’Inferno.

“Senti. Questo Yaki… Non è quello che ha quell’amante molto più giovane?”

“Uhm… Seee?”

“Sai quella troia bionda che prima la dava ai pezzi grossi della tv e che adesso pare sia coinvolta in quello scandalo…”

“Scandalo?”

“Massì… Cazzo, come si chiama?”

“Ma che te stai a inventà, regazzì?”

“Proprio nulla. Ascoltare fa parte del mio mestiere… Me ne parlava qualcuno che l’ha vista alla festa di Radio Italia. A quanto pare era impossibile non notarla… Mi dicono che avesse una scollatura paurosa. Scusa, ma non c’eri?”

“Già”, intervengo. “Non dovevi andarci anche tu?”

“Io?”

Michele sbianca leggermente. 

Qualcosa non mi torna. Ricordo bene che me l’aveva detto. Devo andare a questa festa, mortacci loro… Perchè allora fa tanto il misterioso?

Vado su Facebook. Pagina di Radio Italia. Foto. Eccole qui, le foto della festa. Cantanti e disc-jockeys vari. Il titolare della radio che si fa fotografare con tutti. Foto della cena. Una, due, tre… Ed eccolo lì. È proprio Michele. Elegante come sempre. Sta parlando con una bionda con due tette da sballo al suo fianco. 

Pensa pensa pensa. La risposta è cazzo. Cazzo cazzo cazzo. 

“Non dirmelo.”

“Non dirti cosa?”

“Sei il suo avvocato?”

“Di chi?”

“Della ragazza.”

“Della ragazza?”

“No, de Von Bülow. Di chi stiamo parlando?”

Silenzio. Tic toc tic toc…

Michele fa un sorrisetto. 

“Qualcuno deve pur difenderla, no?”

Eh, certo. Qualcuno qualunque…

“Fits, chiudi la comunicazione.”

“Aspetta, Axel…”

Axel. Quando usano il mio nome comincio veramente a preoccuparmi. Tutti mi chiamano Roessler. Persino la mia ex moglie.

“Cosa, esattamente? Che il mio avvocato mi giustifichi un certo suo conflitto di interessi?”

“Nun fà lo stronzo, su.”

“Non ne ho bisogno. Lo sono abbastanza di mio. E io non sono niente… Aspetta che lo dica a Tenenbaum. E lui a Weiss.”

Improvvisamente cambia colore. Non ci aveva ancora pensato. 

“Per favore, stiamo calmi…”

“Col cazzo. Ma sei scemo, Michele? Ma perché cazzo ti sei infilato in due scarpe, così?”

“Nun è come pensi…”

“Forse no. Ma la presunzione d’innocenza non esiste, in questo business.”

Silenzio. 

“Te lo chiederò una volta sola.”

“…”

“Hai dato delle informazioni riservate a quei bastardi? Te le sei anche solo lasciate sfuggire per sbaglio?”

“…”

“Michele…”

“Ho solo accettato di difendere la troia.”

“Già. E non eri tu quello che non credeva alle coincidenze?”

Non sa più cosa dire. Sento il Requiem di Mozart in sottofondo.

“Chiudi, Fits. E non mandargli niente. Quanto a te, Michele, vaffanculo.”

“Nun poi mannarme affanculo.”

“E perché mai?”

“Perché c’ho er copyright, regà.”

Le vecchie glorie del music business. Pensano di aver inventato tutto.

“Ficcatelo in culo, il copyright. Appena parlo con Tenenbaum vedrai che copyleft.”

“No, davero…”

“Si, davvero.”

“Te giuro che nun ho combinato gnente…”

“Non giurarlo a me. Sono solo quello che ti manda davanti al plotone. Decideranno loro.”

“Eddai. Er capo tuo nun vorrà mica annà a lo scontro…”

“Tu dici? Secondo me gli hai appena fornito un motivo validissimo per farlo.”

“Dai, nun fate così…”

“Tanti auguri, Michè. Stammi bene.”

E stacco.

Chiamo subito Tenenbaum e gli racconto tutto. 

“E l’hai mandato affanculo?”, mi chiede appena ho finito.

“Tu che avresti fatto?”

“Peccato non aver visto la sua faccia… Me lo vedo, ah ah ah.”

“Non mi sembri molto preoccupato.”

“Non lo sono, infatti. Immaginavo già tutto.”

Immaginava.  

“Vuoi dire che lo sapevi già?”

“Certo.”

“E perché cazzo non ce l’hai detto?”

Tutti sanno tutto, tranne me. Comincio a sentirmi un tantino coglione.

“Stai calmo, ragazzo. Non si vince con la foga. Devi mantenere la calma, osservare e piazzare il colpo del KO al momento opportuno.”

“Si, ma…”

“Se te l’avessi detto avresti reagito come stai facendo.”

“E allora?”

“E allora hai fatto una mezza cazzata. Adesso sa che sappiamo. Abbiamo perso quel piccolo vantaggio che avevamo accumulato.”

“Se me l’avessi detto non sarebbe successo.”

“Forse no. Ma non volevo rischiare.”

“Non avevi calcolato Fits.”

“Per niente.”

“Forse è questo il problema. Non lo consideri abbastanza.”

Tenenbaum resta un attimo in silenzio. Ho l’impressione di sentire i meccanismi del suo cervello scricchiolare. 

“Senti, dì al pischello di non preoccuparsi. La prossima settimana il suo lavoro sarà certificato e visibile, senza manipolazioni.”

“Sicuro?”

“Certo. Abbiamo la soluzione in tasca.”

“E sarebbe?”

“Riflettici un pò sopra…”

“Dai, Tenenbaum…”

“E beviti una camomilla. Nel frattempo vedrai che paparino sistemerà tutto.”

“Mi conforta”, mento spudoratamente. Ma la mia voce non ha un suono convincente.

“E allora? Cos’è che ti rode?”

“Tutti questi segreti. Cominciano a rompermi veramente i coglioni.”

“Lo so e ti capisco. Ma non è per i segreti che sorgono certi problemi.”

“E perché, allora?”

“Perché non siamo capaci di mantenerli, ragazzo.”