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LUCKY STAR

Ma guardatela.

Una ragazzina di buona famiglia vendutasi al rock and roll. 

Pelle bianchissima e lineamenti perfetti, elmetto di capelli corvini, labbra scure e luccicanti come il mare sotto la luna e lo sguardo divertito di chi la sa lunga. 

O perlomeno così crede.

“Non fanno altro che raccontarmi di te, Roessler. A sentirli si direbbe che sei un tale genio che solo per ringraziarti della tua esistenza dovrei succhiartelo seduta stante.”

Dimenticavo. Ha anche una lingua parecchio appuntita.

“Ah non avrei nulla in contrario, per principio. Purtroppo per te temo di essere un tantino attempato per certi sfizi adolescenziali. Ma se ti interessa posso proporti un divertimento alternativo.”

“Per esempio?”

“Mai sentito parlare del successo?”

“Vagamente. Lo preferiresti al sesso?”

“Decisamente.”

“Hai delle curiose preferenze.”

“Si può godere anche per così poco.”

“D’accordo, ma perché limitarsi?”

Vi presento Loverdose. Quella che chiamereste la Next Big Thing.

L’ho scoperta per caso, come capita regolarmente. Ti trovi per pura fatalità in un posto e improvvisamente vedi qualcuno che ti fa tremare le vertebre. Nessuno sa per certo dove possano sbocciare i talenti, non esiste un metodo scientifico per scovarli. Guardarsi bene intorno non basta. Potrebbero nascondersi dappertutto.

E pensare che non stavo nemmeno lavorando… Ero in un locale a sciogliermi nella birra, con un paio di vecchi amici. Ed ecco che dal nulla questo angelo appare sul palco. Attacca a cantare e scatena una forma di ipnosi generalizzata, un colpo di fulmine collettivo. 

Mi piace pensare che la mia presenza in quel posto e in quel momento non fosse casuale. Che fossi lì per qualche motivo di ordine superiore. Noi palloni gonfiati del music business andiamo matti per questo genere di cazzate.

Il cameriere arriva con le portate. Insalata di mare per me, tartare di manzo per lei. Ci versano due bicchieri di vino. Il mio è un Vermentino, davvero ottimo. Anche l’insalata di mare è squisita. Il ristorante è tutto per noi. 

La vita sa essere molto piacevole, a volte.

“Tu eri a quel concerto al Blackwell’s. Mi ricordo di te.”

“Stonavo così tanto col contesto?”

“No, eri solo ubriaco. Ti ho visto inciampare e volare lungo disteso sul pavimento. Ridevano tutti, saremo stati in cinquanta.”

“Un ottimo biglietto da visita.”

“Secondo te perché ho accettato di vederti?”

“Non saprei.”

“Prova a indovinare.”

“Qualcuno ti ha raccontato che ho un uccello enorme?”

“No, non l’uccello. Ma qualcos’altro di notevole sembri proprio possederlo.”

“Sarà l’X-Factor. Sai com’è, mica è solo prerogativa di voi menestrelli.”

“Tu eri lì. Prima di tutti gli altri.”

“Fatalità.”

“Forse. Ma da quel che mi dicono pare che abbiate la bacchetta magica.”

“Non esageriamo. Abbiamo solo studiato a fondo le tecniche di Houdini.”

“Dai, sul serio.”

“Sul serio. Ci lasciamo ispirare dal momento.”

“E in questo momento sei ispirato?”

“Moderatamente.”

Non guardatemi così. Mica posso sbavarle addosso.

“Raccontami i progetti che avresti in mente per me.”

“Vuoi che ti sciorini una per una tutte le stronzate di rito?”

“Perché no. È divertente osservare i discografici mentre le sparano grosse.”

“Sono assolutamente d’accordo. Però noi non siamo discografici.”

“Si, scusa. Non volevo offenderti. So bene cosa siete voialtri.”

“Ovvero cosa?”

“Professionisti.”

“Professionisti di cosa?”

“Beh, c’è l’imbarazzo della scelta. Creare strategie. Manipolare i media. Trovare nuove opportunità. Coordinare gruppi di lavoro. Cose così.”

“Non mi dire. Sai già tutto.”

“Siete il fottuto A-Team.”

“Non vorrei deluderti, ma non siamo infallibili come si vede nei telefilms.”

“Non fare il modesto. So bene con chi lavorate.”

“Non farti impressionare. Le formule per fare successo non esistono e difficilmente le idee che funzionano sono riutilizzabili. Può sempre darsi che abbiamo solo avuto culo.”

“Non credo.”

“Allora diciamo un gran culo.”

“Ma finiscila. Avete messo degli sconosciuti in top 40. I vostri viral video generano milioni di visualizzazioni. Lo scorso anno quattordici vostri clienti sono entrati nelle classifiche dei singoli più venduti. E che clienti… Questo non è culo, questo è talento.”

“È curioso. Dovrei essere io a convincerti a lavorare con noi. E dovrei essere io a sapere tutto di te. Invece pare che sia proprio l’opposto.”

Il suo sorriso, lo devo dire, è proprio incantevole.

“Mi piaci molto, Roessler. Mi piaci a partire dal tuo nome. Suona così… Imponente.”

“Aspetta di conoscere Tenenbaum. Il suo è più imponente ancora.”

“Cazzo, sì.” 

E scoppia a ridere.

“Che c’è?”

“Lo vedi. Avete pure Mister T.”

PROVIDER

“L’hai vista?”

“Eh…”

“E che ne dici?”

“Mai visto nulla del genere.”

“Lo sapevo.”

“C’era mezza discografia in backstage. Le stava appiccicata addosso come se fosse spalmata di Bostik.”

“Sei riuscito a parlarle?”

“Proprio cinque minuti. C’era la Warner, la Universal…”

“Non ti sarai mica fatto mettere sotto…”

“Ma và. Mi prendi per un dilettante?”

“Insomma, che vi siete detti?”

“Cosa credi? Le ho detto che venivo in missione per conto di Dio.”

“Non fare il coglione.”

“Non scherzo. Quando le ho fatto il tuo nome mi è sembrato che le si fossero induriti i capezzoli. Sa chi sei, Roessler. Immagino che ci sia qualche spiegazione, anche se non riesco a darmela.”

“Le serpi hanno la lingua lunga e biforcuta.”

“A giudicare da quello che ho visto sono serpi che hanno parlato bene di te.”

“Cosa te lo fa pensare?”

“Hai un appuntamento con lei domani a pranzo.”

“Scherzi?”

“Per niente.”

“La Signorina Non-Ho-Bisogno-Di-Nessuno ha acconsentito a incontrarmi? Cazzo. Dev’essere il mio giorno fortunato.”

“Lo è. Non ti ho ancora detto del pubblico.”

“Strapieno?”

“Di più. La gente fuori. Parecchia.”

“Paganti?”

“Circa duemila. Ma il posto ne dichiara ufficialmente millecinque. Era stracolmo.”

“Magliette?”

“Sparite alla velocità della luce. Sono anche ben fatte, se vuoi la mia opinione.”

“E non ha un manager.”

“Fa tutto da sola. Ha la sua cricca. Dei nessuno, comunque, perché alla fine decide tutto lei. Sono solo degli aiutanti, niente di serio.”

“Suona tanto come un’occasionissima.”

“Una di quelle che capitano raramente.”

“Va bene. Allora sfruttiamola.”

“Avrai senz’altro un problema.”

“Cioè?”

“Il gruppo spalla.”

“Il gruppo spalla?”

“Si chiamano Little Death Machine.”

“Mai sentiti.”

“Una di quelle cagate indie, hai presente.”

“Li hai visti?”

“Sono arrivato che avevano appena finito.”

“E quale sarebbe il problema?”

“Pare li produca lei, con la sua etichetta. Chiunque firmi con lei si dovrà sobbarcare pure loro.”

“Cazzo. Pensi sia per questo che non ha ancora firmato con nessuno?”

“Può essere. Doppio impegno doppia spesa. Un grosso azzardo per certi burosauri. La poltrona è un’oasi felice.”

“Puoi procurarmi del materiale di questi miracolati? Voglio sentire di che morte dovrò morire.”

“Questa ti piacerà. Non hanno ancora inciso niente.”

“E uno che vuole concedergli un’opportunità che deve fare?”

“Vederli dal vivo. Pare sia l’unico modo. Non c’è nemmeno nulla su YouTube.”

“Ma guarda un pò ‘sti stronzetti. Tutti si filmano e si mettono su YouTube, pure la mia portinaia. E questi fanno da spalla alla Next Big Thing e nemmeno ci ricamano un pò sopra? Ma dai…”

“Forse è un’ottima idea per attirare altra attenzione…”

“Lei li promuove, tutti ne parlano ma si possono vedere solo quando suonano?”

“Perchè no. Bisogna dire che ha stile.”

“Se proprio bisogna dirlo, diciamolo. Dove ci incontriamo?”

“Ho fissato al Garibaldi.”

“Ma domani è chiuso…”

“Apriranno solo per voi.”

“Davvero?”

“No, per finta. Certo che lo faranno. Per cosa mi paghi, altrimenti?”

“Sei un genio.”

“Mettiti qualcosa di rosso. È il suo colore preferito.”

“Non mi dire. Mi metterò il rossetto.”

“Fossi in te penserei alla camicia.”

“Tipo garibaldino?”

“Preciso. Almeno se ti accoltella non si vede.”

COIN-OPERATED BOY

“Più di mezzo milione di dollari.”

L’exploit di Amanda Palmer su Kickstarter è il piatto forte du jour. Se non vivete in una caverna saprete che è la più grande piattaforma online che metta in contatto i creativi con i fruitori, per raccogliere i fondi necessari a produrre le loro opere.

Al momento le sottoscrizioni per consentire ad Amanda di realizzare il suo progetto superano quota 10.000, per un totale di circa 550 mila dollari raccolti. In meno di una settimana. Anche utilizzando le migliori tecnologie in circolazione e ingaggiando fior di musicisti e tecnici potrebbe avanzarle abbastanza per comprarsi un piccolo appartamento in una qualunque città europea.

“L’80 per cento delle offerte sono standard, entro i 50 dollari. In cambio solo musica e orpelli, in vari tipi di formati e bundles. Poi ha circa 300 sottoscrizioni da fans che desiderano partecipare ai VIP parties che terrà per lanciare il disco. Al costo medio di 400 dollari l’una. E 30-persone-30 hanno tirato fuori 5 mila dollari per un concerto privato a casa loro.”

“Mej cojoni.” 

“Guarda che mica finisce qui…”

“Cioè?”

“Per 10 mila dollari viene a cena con te ed è disposta a farti un ritratto. Vestito, o nudo.”

“‘Sta pischella. Ha capito tutto de la vita…”

“Mi sa.”

“Nun so perché, ma ‘sta cosa me fa pensà che stai pè combinanne una de le tue.”

“Già sai.”

“No, eh. Te prego. Non con lui…”

“E invece si.”

“Mortacci tua.”

“Ammettilo, è un’ottima idea.”

“See, quando vedrò li sordi, allora forse.”

“Ma smettila e pensaci un secondo. 26.000 iscritti al suo fan club. L’80% circa sono donne. Di ogni età, dalle ragazzine alle tardone.”

“E che fai, per 10.000 euro gliele fai scopà?”

“Solo così ne tirerei su almeno una dozzina…”

“Sei matto…”

“Credi? Guardati attorno. La gente è stufa delle solite cose.”

“La gente nun ci ha più li sordi, fra.”

“Non tutti, ovvio che no. Ma certa gente, quella si.”

“Vabbè ma mica puoi rivolgerti solo a ‘na cinquantina de persone…”

“Certo che si, ed è proprio questo il punto. La Palmer crea più livelli di interazione: uno basilare, uno intermedio, e poi via via altri più esclusivi. Il fan sfegatato pensa di far parte di una cerchia ristretta di intenditori. Vuole condividere le sue scoperte con pochi adepti e per farlo è disposto a pagare di più. Sotto ogni punto di vista il modello risponde a queste aspettative.”

“Nun lo so.”

“Si che lo sai.”

“Così, a pelle, ner caso der cliente tuo me verrebbe da dì che le probabilità de successo aumenterebbero se chiedessimo a la gente de pagà pè nun farje fà manco più un disco in vita sua.”

Ci penso un attimo. Non è mica una cazzata…

“Glielo possiamo sempre proporre se l’idea non funziona.”

“Te sei come er demonio.”

“Deppiù.”

“Me viene da suggerirte un’idea, così.”

“Spara.”

“Reverse product placement.”

“Cazzo, non ti ho mai sentito così Oxford.”

“A forza de venì a le vostre cazzo de riunioni ho finito per imparà quarcosa.”

“E che cazzo sarebbe?”

“Semplice. Te fai pagà pè nun associà certi marchi a certi artisti.”

“Però.”

“Tipo tu, signor Coca Cola, vuoi evitare de vedè er tuo marchio ner nuovo video de Ana Betz? Oppure tu, signor Fender, vuoi evitare che se veda Maroni che suona er Precision in televisione? Cose così.”

“Sei un genio dell’estorsione. Sei sprecato per il foro.”

“Eh si, infatti cor tempo me sò specializzato in ben altri fori.”

“Sai bene che molte delle nostre migliori idee sono pura farina del tuo sacco.”

“Ecco, te prego: nun lo dì a nessuno.”

“Mai pensato di darti al marketing?”

“Veramente no.”

“E perchè?”

“Preferisco de gran lunga er marketting.”

COOKIE JAR

“Allora?”

Tenenbaum non sembra avere dubbi.

“Opera della Boracci.”

“Sei sicuro?”

“Vedo le sue impronte dappertutto.”

“Beh, che si fa?”

“Si imposta la Campagna Antimerda, ragazzo. Chiama subito Michele.”

“Stavo al telefono con lui fino a un minuto fa.”

“E?”

“Vuole la lista di tutti gli articoli che riportano la bufala.”

“Fai in modo che ce l’abbia immediatamente”.

“Ci sto già lavorando.”

Mi arriva meno di mezz’ora dopo. Comincio a scorrerla: Corriere, Repubblica, Yahoo, TG Com, Vanity Fair… Saranno più di cento testate, cartacee e online. E nella lista non compaiono nemmeno i servizi dei telegiornali. 

Michele, come sempre, mi rassicura.

“Ahò, è un massacro questo…”

“Tenenbaum è sicuro che sia opera della Boracci.”

“Forse. Nun ce pensà adesso. Prima va fermata l’emorraggia. Con Repubblica ce parlo io. Tu parla con TG Com e Corriere. Devono pubblicà la smentita, subbito.”

“Ho chiesto all’artista di darci un’esclusiva per spiegare come stiano le cose.”

“A chi vorresti giralla?”

“A qualcuno che non ha ancora scritto nè mandato in onda niente.”

“Famme capì…”

“Voglio un testimonial forte che non debba giustificarsi mentre getta merda su tutti i deficienti che hanno fatto il cut & paste della bufala.”

“Colpo su colpo, eh?”

“Il marketing è guerra, Michè.”

“Che ne diresti der Mollicozzo? Er Tiggiuno nun sta ne la lista e nun c’è uno più credibbile de lui.”

“Sono indeciso tra lui e le Iene.”

“Striscia?”

“No, la butterebbe in caciara. Quelli delle Iene invece amano sputtanare gli intrighi.”

“Mica tutti.”

“Certo che no, ma ho un paio di amici in mente. Lasciami fare.”

“L’artista che dice?”

“Che ogni pubblicità è buona pubblicità, purchè alla fine la verità venga a galla.”

“Mica scemo.”

“L’aspetto mediatico è quello che mi preoccupa meno. Le smentite sono doppia copertura e non ne abbiamo mai avuta tanta… Vendere un milione di copie non fa notizia quanto il gossip e anche il gossip negativo attira attenzione, a quanto pare. Nelle ultime ore i downloads sono raddoppiati e siamo saliti fino al n.3 su iTunes.”

“E allora de che te preoccupi?”

“Dell’improvvisa pioggia merdatica. Avrà pure un’origine.”

“Voi sapè chi ha provato a mettertela ar culo…”

“Se no che cosa t’avrei chiamato a fare?”

“Ma non è stata la Sboracci?”

“Voglio averne la certezza e sapere perchè.”

“Che, le avete procurato quarche dispiacere di recente?”

“Ma sei matto? Credi che voglia avere a che fare con le ritorsioni uterine di quella troia? Se la conosci la eviti…”

“Quindi? Pensi sia ar sordo de quarcun artro?”

“Non posso saperlo. Ma se c’è di mezzo lei allora voglio una risposta.”

“I furbi se fanno le domande, gli stupidi se danno le risposte.”

“Appunto. Qui nessuno s’è chiesto niente. Hanno dato tutto per scontato. Su cento giornalisti nemmeno uno a cui sia venuta la tentazione di fare due chiamate per verificare…”

“Quer cojone de Canzona dovrebbe farte capì quarcosa…”

“Ma lascia stare. Puzza di premeditazione. Qualcuno ce l’ha col cliente.”

“Troppo successo?”

“Tu che ne dici?”

“Per me stai a fantasticà. Sò i media che sò ignoranti, se attaccano a tutto pur de navigà ner torbido, sanno che piace a la ggente… Se le cantano e se le sonano… Uno scrive ‘na cazzata e tutti partono co’ er cattenpeste…”

“Può darsi. Ma i furbi sono quelli che si fanno le domande, no?”

“Tuscè.”

“Allora portami la testa di chi ha divulgato questa bufala, Michè.”

“Me voi proprio invischià in ‘sta rottura de cojoni?”

“Lo sai che me lo devi.”

“Ragazzo, io nun te devo un cazzo. Ricordatelo. Fa pure rima.”

“Magari no, ma sei pur sempre sul mio libro paga.”

“Ecco. Cerchiamo de mette ogni cosa ne la giusta prospettiva, eh.”

PRICE TAG

“Io te spacco er culo”.

Ah, ciao anche a te. Se solo sapessi chi cazzo sta dall’altra parte della cornetta.

“Pronto…”

“See, pronto ‘sto cazzo. Ahò, ma che, dormivi?”

“Veramente si.”

“Però ‘sta mail l’hai mannata meno di un’ora fa, a’ stronzo.”

Faccio mente locale e comincio a capire.

“Agostino.”

“Abbello, per te signor Cruciani. Mica so’ tuo fratello.”

“Scusa, non capisco…”

“Ah nun capisci eh? Mò t’o spiego io… A’ testa de cazzo, ma come t’è venuto in mente de chiude er contratto co’ Winde senza dimme nulla?”

“Agostì.”

“Eh.”

“Se sei un coglione non è colpa mia.”

“No, qui er cojone sei tu. Mò parlo cor managger e je dico che sei un millantatore…”

“Ascolta, lo conosco da prima che tu nascessi. Non ci provare nemmeno.”

“Ahò, ma cheffai, minacci? Dimme dove stai che tte vengo a pijà sotto casa…”

“Ma lascia stare, dammi retta.”

“Tu dimmi ‘ndo stai e te faccio vedè io, a’ mbecille…”

“Vuoi farmi parlare o preferisci continuare a minacciarmi?”

“IO TE SPACCO ER CULOOO…”

Attacco e chiamo il maestro Michele. Risponde al secondo squillo e ha una voce sveglissima. Gli spiego brevemente la situazione.

“Te richiamo”, mi rassicura.

Riavvolgiamo il nastro. Un mese fa mi chiama la Wind per sincronizzare un pezzo di un nostro cliente sullo spot della loro nuova campagna tv. Per gli aventi diritto è tutto a posto. Ci accordiamo sulla cifra. Poi ci chiedono l’artista per un evento. Contattiamo il suo booking agent, ovvero la cosiddetta “azienda” di Agostino, ma non ci rispondono. Scriviamo diverse e-mails di sollecito: niente. Chiamo personalmente Agostino sul cellulare più volte, gli lascio svariati messaggi: macchè. Intanto Wind ci pressa per chiudere. E allora bypassiamo Agostino e parliamo col management, che ci dà l’ok. Chiudiamo. Per correttezza lo metto in copia nelle comunicazioni. E adesso, finalmente, eccolo spuntare fuori dal nulla. Alle 3 di notte. E manco a dirlo, si presenta insieme a un problema.

Io questi perdenti li manderei in miniera, Santo Dio.

Squilla di nuovo il telefonino.

“Michè.”

“Allora.”

“Dimmi.”

“‘Sto stronzo sta trattando un evento privato la sera prima de l’evento tuo.”

“Embè? Non si possono combinare le cose?”

“E’ per la Vodafon, fratè.”

Ahaha. Stupendo.

“Hai i contratti firmati?”

“Sono arrivati oggi.”

“E quindi come la vedi?

“La vedo che lo teniamo per li cojoni, maè.”

“Bravo. Vedo che cominci a imparà.”

“Come vuoi mettergliela?”

“Ar culo, no?

“Dovrà cancellare.”

“Ecco, però questo è ‘n particolare che stona. Vodafon offre più de Winde.”

“Si, ma non avrebbe senso accettare. Vanno in tv con Wind.”

“‘O so. Ma se parla de molto deppiù.”

“Quanto?”

“Er doppio.”

“Veramente?”

“Secondo te me chiamo Caligola?”

“No, direi che sei più simile a Nerone”.

“Te possino.”

“Pure a te.”

“Me stà a venì n’idea che ce sarebbe da ride.”

“Mi fai già paura…”

“Quanno parte ‘a campagna Winde?”

“Il 5 Maggio.”

“Te prego, nun scherzà.”

“Illuminami, non capisco.”

“Cioè, fanno l’evento ‘o stesso giorno che parte ‘a campagna?”

“Certo. La cosa ha una sua logica.”

“Sarà ‘a loggica tua. Senti un pò… E’ robba seria questa, e te ne devi tirà fori se nun voi che la Winde te manni affanculo… Famme una cortesia, nun te offende… Te levi da lì cojoni? Parlo io con Tenenbaum. Famme gestì ‘sta situazione. Te prego.”

Ci sono momenti in cui capisci che il tuo ego è un ostacolo. Ma in realtà, guardandola da un altro punto di vista, può essere il tuo miglior alleato. L’obbiettivo è risolvere il problema. Punto. E non è mai una buona idea ignorare il consiglio di chi è più esperto di te. Specie se intuisci che ha degli interessi “superiori” in quello che fai.

“T’ho chiamato apposta, Michè” mento spudoratamente, per la causa.

“Però stavolta vojo er 30%.”

Razza di ricattatore da quattro soldi. 

“Visto che mi devo levare di mezzo te la vedrai con Tenenbaum, e tanti auguri… Però ti appoggerò, se necessario. Purchè quello che mi porti a casa sia almeno una volta e mezza rispetto a quanto guadagnerei da solo con Wind. Ci stai, avvocato?”

“Ce sto.”

“E levami dalle palle quello stronzo di Agostino, ti prego. Mi molesta mentre cerco di dormire.”

“Già fatto, regazzì. Ma per chi me prendi?”

“Chiama Tenenbaum e digli che per me è ok.”

“Okkei. Dormi pure tra due guanciali. Mò sarà tutto più semplice, t’o dice zio Michè.”

La meraviglia del muovere i meccanismi dal letto di casa, in piena notte: ditemi quale altra professione possa farvi sentire così strapotenti.

Mi alzo e vado in cucina. Apro una bottiglia di Chablis e me ne verso un copioso bicchiere. Sorrido, pensando a Michele. Anche alle 3 di notte è sveglio e ferocemente sul pezzo. Per questo è il numero uno nel suo settore. Sul suo biglietto da visita “AVV.” sta per Avvoltoio.

Prendo il cellulare, cerco tra le chiamate in entrata e richiamo il primo numero che trovo.

“Checcazzo vuoi?”

“Agostì.”

“Eh.”

“Te lo dico senza rancore. Nun pijartela così.”

“A’ cojone, ma che…”

“Pijatela in culo, va.”

Attacco e spengo il telefono.

Dopotutto, se sei il numero uno, ti tocca risolverli certi conflitti. 

EVERYBODY’S GOT SOMETHING TO HIDE EXCEPT ME AND MY MONKEY

E’ una tranquilla notte di riflessione.

Sto facendo zapping tra le mie ultime e-mails. Fits che mi gira il marketing report settimanale sui nostri clienti. Tre singoli in top 50 in radio, due in top 10 su iTunes, un album al numero 3 in classifica, sedici autori nelle 100 canzoni più trasmesse, due milioni e mezzo di visualizzazioni totali generate su YouTube. Niente male. Alcuni articoli interessanti su Rolling Stone, Wired, Vogue. Tenenbaum che mi ricorda della riunione con gli inglesi. Michele che mi linka un vecchio film porno con Lilli Carati. Fregna a stufo, commenta.

Poi ecco che mi casca l’occhio su questa.

Oggetto: Devo dirti una cosa, Roessler. Chiamami.

E nella mail c’è solo un numero. Un cellulare.

E che cazzo sarà? Uno scherzo? Una mignotta? Un tentativo di phishing? Sia quel che sia, sanno chi sono. Tanto vale provare a chiamare.

“Pronto.”

È la voce impastata di un uomo. Vabbè. Fa lo stesso.

“Qui Roessler. Mi hai mandato una mail.”

“Axel, cazzo. Sono le due del mattino.”

Mi suona familiare, questa voce. Raramente mi chiamano Axel.

“Scusa se te lo chiedo, ma chi cazzo sei?”

Scoppia in una fragorosa risata. E a quel punto mi dò del coglione.

“Non è vero… Aldo!”

“Risposta esatta.”

“Pensavo fossi morto…”

“Ti piacerebbe.”

“Dov’eri finito?”

“E’ una lunga storia. Ma non voglio annoiarti. Senti, sto lavorando su un progetto. Mi occupo degli eventi musicali per una banca, gente importante.”

“Okay.”

“Questo evento su cui stiamo lavorando… Abbiamo un media partner, una radio… Non posso ufficialmente dirti chi, capiscimi…”

“Vai avanti.”

“L’altro giorno ero a questa riunione con loro. Dovevamo decidere il cast dell’evento, abbiamo ipotizzato un pò di nomi… Ho visto che su certi artisti… C’era come una preclusione. Io, giuro, manco sapevo che fossero clienti tuoi eh…”

“Ma di che parli?”

“Me l’ha fatto notare Claudio. Te lo ricordi Claudione, no?”

“Come no. Era sparito pure lui. Lavora con te?”

“Mi ha girato lui il lavoro. E’ culo e camicia con i responsabili marketing della radio, e anche con chi gli sta sopra. Hanno dei giri di locali insieme, non so… Preferisco non sapere mai troppo, in questi casi.”

“Saggia decisione. Mi vuoi finalmente dire di che cazzo parli?”

“Usciti dalla riunione Claudio ha cominciato a dire qualcosa sul fatto che la radio non voleva coinvolgere nessun artista con cui voi avete rapporti.”

“Vabbè, che vuol dire…”

“Solo e soltanto i vostri. È una cosa mirata.”

“Stai scherzando.”

“Così dice lui.”

“E perchè mai?”

“Tenenbaum.”

“E cosa avrebbe combinato, stavolta?”

“Ha favorito altre radio per la sponsorizzazione di certi concerti.”

Comincio a capire di chi stiamo parlando. 

“Scusa, Aldo. Si chiama libero mercato. Le altre offerte erano migliori.”

“Questi se la sono legata al dito.”

“Possono legarsela anche al cazzo, per quanto me ne frega.”

“Ecco, questo anticipa l’altro problema.”

Achtung. Dal tono ironico di Aldo non sembra nulla di promettente.

“Sei a conoscenza delle attuali frequentazioni notturne del tuo capo?”

In effetti, nelle ultime settimane l’ho visto un pò più criptico del solito.

“Non me lo dire.”

“Te lo dico eccome.”

“Beh, certo che la moglie di quello lì… Scusa ma quella zoccola la darà via a cani e porci, perchè prendersela solo con Tenenbaum?”

“Perchè non stiamo parlando di lei. Ma di sua figlia.”

Oh cazzo.

“La ragazzina? Oddio, ma quanti anni ha?”

“La ragazzina adesso ha 20 anni, per fortuna. Se vuoi la mia, è proprio una gran cavallona. Ma ovviamente il padre non la vede così. E non impazzisce all’idea che la sua bambina si scopi uno che ha quasi la sua età, perdipiù sposato e che gli sta pesantemente sui coglioni.”

La cazzite, questa dannazione. L’irresistibile tentazione di infilarlo dappertutto. Forse non mi ha ancora contagiato solo perchè non ho ancora superato la soglia della crisi di mezza età. Ma il suo spettro mi circonda e incombe su di me. Lo sento.

“Insomma, volevo dirtelo.”

“A-ha.”

“Giusto per ringraziarti di quella volta…”

“Lascia stare. Dovevo farlo. Non mi devi ringraziare.”

“Forse no.”

“Mica potevo lasciarti nella merda. Ci sarei finito anch’ìo.”

“Era colpa tua, in effetti.”

“Infatti, cazzo ringrazi a fare?”

“E’ che segretamente sono innamorato di te, Roessler.”

“Lo sai che non sei il mio tipo. Però grazie del pensiero.”

“Di nulla.”

“Se non sono invadente posso chiederti una cosa?”

“Eh.”

“Se ti trovo un media partner che ti offra di più… Puoi convincere la banca a realizzare l’evento solo con i nostri clienti?”

“Lo vedi.”

“Cosa?”

“È per questo che ti amo.”

“Credimi, lo so. Non mi conoscessi.”

HAVE A NICE DAY

“Jack. Come stai.”

“Scusami l’ora.”

“Ma di che. A cosa devo l’onore? L’ultima volta è stato per Beyoncè. Bel business. Procurato da noi. Quanto ci avete ricavato?”

“Dai, non cominciare, Roessler.”

“Siete delle teste di cazzo.”

“Non possiamo accettare quel prezzo.”

“Ascoltami. Ho parlato con gli autori. Hanno accettato tutti l’offerta. Perché dovete decidere per loro?”

“Non dovevi parlare con il nostro autore.”

“Lo so, è stato un errore. Come sai, fatto in buona fede.”

“Ma vaffanculo.”

“No, vaffanculo tu. Ho chiuso io questo accordo. Voi non avete fatto un cazzo. Il vostro cliente vuole chiudere. Mi spieghi chi cazzo sei tu per decidere diversamente?”

“Non sono affari tuoi.”

“Lo sono eccome. Ti dirò cosa succederà adesso. Riceverai una chiamata che ti ricorderà quante volte abbiamo chiuso un occhio di fronte a situazioni analoghe create da voi… E credimi, non farete saltare questo contratto.”

“E’ appunto per questo che ti chiamavo. Puoi dire ai tuoi di chiamare me e di non fare riferimento a nessun altro, per cortesia?”

“Se me lo chiedi tu, posso.”

“Bene. Te ne sarei grato.”

“Risolverai la situazione?”

“Tu fammi chiamare.”

“Okay.”

“Roessler.”

“Eh.”

“Siamo sicuri che sia stato un errore?”

“Ti ho girato tutte le e-mails. Giudica tu.”

“D’accordo.”

“Fammi chiamare da quei coglioni del tuo ufficio italiano appena risolvi con i miei.”

“Va bene.”

“Salutami la tua famigliola.”

“E tu la tua deliziosa moglie.”

“Ex.”

“Ah. Scusa.”

“Di nulla. Ciao.”

**********

“Roessler.”

“Eh.”

“Dannata testa di cazzo.”

“Sono io.”

“Ascoltami. Per questa volta ti tiro fuori dalla merda, e mi aspetto almeno un invito a pranzo come segno di gratitudine. Ma la prossima volta…”

“Cosa?”

“La prossima volta ti ci affogo dentro. Ci siamo capiti?”

“Come sei scorbutico. Hai per caso ricevuto una chiamata dall’America?”

“Ma non fare lo stronzo. Guarda che gli americani mi hanno detto: decidi tu. Posso sempre decidere di romperti pesantemente i coglioni, quindi sta attento a come parli.”

“Sei tu che hai chiamato, amico.”

“Già, per dirti che sei in debito con me. Non te lo dimenticare.”

“Io non dimentico mai chi mi aiuta. E neppure chi prova a mettermi i bastoni tra le ruote, come hai potuto vedere da solo. Ma per farla breve, diciamo che ti offro un pranzo. Fai chiamare Gaelle dalla tua segretaria e fissa giorno e orario.”

“Okay. Comunque sei uno stronzo.”

“Buona giornata anche a te.”

MONEY FOR NOTHING

“Io questo adesso lo caccio.”

“Dai, Tenenbaum. Non fare così.”

“E’ un disastro. Soldi buttati nel cesso.”

Prima o poi, cari suonatori, questa sciagura vi toccherà: dovrete pur girare un video, almeno una volta nella vita. Forse vi sembrerà divertente. E’ un’ingenuità comprensibile, se osservata dalla vostra prospettiva: ma vi assicuro che non vorreste mai essere nei panni di chi lo finanzia. E men che meno nei panni di Tenenbaum, che nella fattispecie è la santissima trinità: supervisore creativo, controllore dei costi e capro espiatorio.

“Santarelli vorrà la mia testa quando lo vedrà.”

“A parte che Santarelli non ha la minima idea di cosa sia un video… Vorrei farti notare che non ne hai ancora visto un solo fotogramma.”

“Non serve. Ma la vedi la scenografia? E gli attori? E’ tutto finto, artificiale. Dovrebbe essere un concerto… Cazzo. Mi spieghi cosa c’entra questa sfilata di tronisti e mignotte col gruppo? O con la canzone?”

Come dargli torto.

D’altra parte quanti video ultrapatinati e decisamente insulsi passano su Empty V ogni giorno? Perlomeno nelle ristrette fasce orarie durante le quali vengono ancora programmati? 

“Capo, questo singolo è in top 40… Anche se il video fa schifo lo passeranno tutti. L’importante è che sia colorato, sgargiante e pieno di figa.” Da buon soldato della promozione, Fits è la voce del pragmatismo.

“Ragazzo, il punto non è questo. Se metti una merda in heavy rotation la puzza si diffonde, non so se mi spiego…”

“Siamo profondi, oggi.”

“Non possiamo far spendere venti testoni a Santarelli per questa munnezza. E’ un cliché che più cliché non si può. Piuttosto prendiamo due o tre zoccole e filmiamole per tre minuti. Almeno teniamo lo spettatore incollato alla tv…”

“Regolare.”

“Spendi un decimo e se lo fai bene…”

“Si, se si spogliano…”

“O si versano dei liquidi addosso…”

“Potremmo farne un virale. O più virali…”

“Mica una stronzata.”

“Già. A proposito, quella che balla là in mezzo chi è?”

“La biondina?”

“Si, quella col vestitino blu.”

“Ah. La donna-canguro.”

“E sarebbe?”

“Salta continuamente da un cazzo a un altro.”

“Tipetto sportivo. Quanti anni ha?”

“Diciannove o venti.”

“E’ l’unica cosa veramente guardabile in questo scempio.”

“STOP! STOOOP!”

“Oh cazzo. E stavolta che c’è?”

E’ la tredicesima volta che il regista, tale Agostino Puntura detto Ago, interrompe le riprese. Ci sfugge quale sia il problema, dal momento che si tratta di una scena piuttosto semplice: siamo nel mezzo di una festa e il gruppo suona dal vivo su un palco minuscolo, in una stanza piena di modelle, modelli e palloncini. Tanti palloncini colorati. Chissà, magari ce n’erano alcuni fuori posizione.

“Levatemi di tovno questa tvoia! Mi vovina l’inquadvatuva!”

Ago Puntura indica proprio la biondina che piace al vecchio T. Sembra furioso. Parlotta qualche secondo con la sua assistente, un’affascinante esotica creatura denominata Gaelle, quindi gira sui talloni buttandosi dietro al collo il suo sciarpino e va a rinchiudersi nel suo camerino.

“Che sta succedendo?”

“Temo che a Sophia Coppola siano venute le sue cose”.

“Mi sa che stanno venendo anche a me.”

“Hai intenzione di cacciarlo?”

“E me lo chiedi pure? Siamo fuori di cinquemila euro, in ritardo di due giorni e come se non bastasse il video sta venendo una merda…”

“Ti costerà ancora di più”, gli faccio notare.

“E sticazzi? Un altro giorno di riprese significa altre tremila euro buttate nel cesso. E chissà se ne basterà solo uno… Troviamo un emergente e facciamola finita.”

“Capo, veramente vuoi cacciarlo adesso?”

“Assolutamente. E Fits, giusto per chiarire: questo stronzo lo hai scelto tu perciò sarai tu a cacciarlo… Sarà già tanto se gli rivolgerò la parola, dopo questa catastrofe.”

“Ma cazzo, capo…”

“Fits” lo interrompo, prima che si infili in guai peggiori. “Ti tocca.”

“Grazie del supporto, eh.”

“Di nulla. Ma se vuoi ti accompagno. Sarà divertente guardarti mentre lo fai.”

Intanto Gaelle, leggiadra come una farfalla, svolazza verso di noi. Deve aver annusato l’aria. Tenenbaum sembra preoccupato. Odia discutere con le donne. Forse perché si rende conto che non può prenderle a male parole, nè tantomeno a calci nel culo.

“Pure questa, adesso.”

“Vuoi che me ne occupi io?”, mi offro.

“Ecco, bravo. E ricordati: non le abbiamo altre tremila euro.”

“Lo so. Lasciami fare.”

Così Fits si dirige verso il camerino di Ago Puntura, Tenenbaum si dilegua nel nulla e io mi ritrovo finalmente solo con la Deliziosa. Guardarla camminare mi ha provocato l’indurimento di svariati muscoli, incluso quello che a riposo mi ricorda sempre più un cane sharpei.

“Ago non se la sente più di girare, oggi. Non so come scusarmi”, esordisce, con un’espressione che da sola meriterebbe l’assoluzione con formula piena.

“Allora non farlo”, le sorrido.

“Dov’è Tenenbaum?”

“Inghiottito dalle tenebre.”

“E Fits?”

“Sta licenziando il tuo capo.”

Rimane basita per qualche secondo, senza però perdere la postura. Poi mi fissa e sulle sue labbra compare un impercettibile, malizioso sorrisetto. Questa ragazza proviene decisamente da un’altra galassia.

“Almeno offrimi la cena. Domani sarò disoccupata.”

“Stavo giusto pensando che mi serve seriamente un’assistente.”

“Parliamone. Non ne posso davvero più delle case di produzione.”

“Come ti capisco.”

“I clienti non sono più quelli di una volta. Non vogliono più spendere certe cifre per un video, a meno che non si chiamino Jovanotti.”

“A meno che non si chiamino Jovanotti nessuno li passa più. Ecco perché”.

Ed è a questo punto che sento, forte e chiara, la voce di Tenenbaum.

“SIGNORE E SIGNORI! C’E’ UN CAMBIO DI PROGRAMMA!”

Tutti si girano verso la voce. Tenenbaum è in piedi davanti alla sedia del regista, desolatamente vuota, e tiene in mano quello che mi sembra inequivocabilmente un megafono.

“DA QUESTO MOMENTO IL REGISTA SONO IO!”

“Oh cazzo”, sussurro tra me e me. Mi viene da scuotere la testa e ridere contemporaneamente.

Gaelle resta a bocca aperta. Ha dei gran bei denti. “Ma è impazzito?”

“Non lo conosci ancora?”

“Non fa sul serio… Dimmi che non fa sul serio…”

“BENE, RIPARTIAMO DALL’ULTIMA SCENA PER FAVORE. TUTTI IN POSIZIONE…”

Vedo Fits arrivare come un fulmine verso di noi.

“Capo, sta succedendo veramente?” 

“Non so, dimmelo tu. Com’è andata con la figlia di Coppola?”

“Non mi ha neppure aperto la porta del camerino. L’ho detto a Tenenbaum e lui…”

Tutto chiaro.

“Beh, allora immagino che stia proprio facendo sul serio.”

“Oh cazzo.”

“Ho pensato la stessa cosa.”

“Dobbiamo fermarlo.”

Già. Forse. 

“MOTORE… AZIONE!”

Ma ripensandoci. Perché?

LITTLE LIES

Il taxi ci vomita davanti all’ingresso principale. 

Orde di barbari stazionano sul piazzale in attesa di entrare. Pascolano a branchi davanti al cancello, pasteggiando a birra e spinelli. Loro e i loro jeans strappati, le loro t-shirts rancide, le loro acconciature multicolore che in molti casi sfidano la forza di gravità. Una dozzina di canzoni si mescolano a un enorme brusio. Qualcuna si riconosce. Daft Punk. Chemical Brothers. Un remix di Vasco. Vabbè.

“Questo posto mi dà l’ansia.”

“Tenenbaum.”

“Che c’è.”

“Non siamo neanche entrati.”

“Meno male. Ma l’hai vista quella fila?”

“Certo.”

“E vuoi davvero mischiarti a questa… Gentaglia?”

“Si chiamano acquirenti. Sono loro che pagano i tuoi Armani.”

“Non ancora.”

“Ma mai dire mai.”

Ci dirigiamo verso l’ingresso laterale, davanti al quale staziona un buttafuori che sembra il cantante dei Motörhead. 

“Siamo in lista. Tenenbaum e Roessler.”

Lemmy tira fuori dalla tasca un foglio e lo scruta per qualche secondo.

“Non ho nessuno dei due sulla mia lista.”

“Siamo nella lista ospiti dell’artista.”

“Non mi risulta.”

“Ci dev’essere un errore”, gli faccio notare.

“Già”, ridacchia sotto ai baffi. 

Simpatico, il vecchio Lemmy. Proprio come un dito nell’occhio. L’ultima cosa che vorrei fare adesso è mettermi a discutere con questo energumeno. D’altro canto è molto più probabile che finisca per tirargli una testata piuttosto che rassegnarmi all’idea di fare la fila.

“Forse potresti farmi un favore.”

“Hm.”

“Quel walkie talkie… Potresti usarlo per informare Achille che siamo qui?”

Fa finta di non essere troppo interessato alla mia proposta ma in realtà qualcosa deve averlo colpito perché si rimangia in un secondo il suo sorrisetto sornione del cazzo. 

“Siete qui per lavoro?”

“No, siamo due fans troppo cresciuti che cercano disperatamente di intrufolarsi nel camerino dell’artista per farsi autografare le cravatte.”

Attenzione. L’energumeno sta ponderando. O sono un coglione oppure sono davvero uno che è pappa e ciccia col suo datore di lavoro.

Bella situazione di merda, eh, Lemmy?

Però col cazzo che ce la dà vinta così… Come se non li conoscessi, questi perdenti. Si allontana di qualche metro, come se dovesse tenerci all’oscuro di chissà quale segreto. Sputa qualche parola nel suo gingillo trasmittente. Poi si accende una paglia. Se la fuma allegramente mentre chiacchera con un paio di energumeni come lui. Qualche interminabile minuto dopo viene pigramente verso di noi. Sono certo che Tenenbaum sia tentatissimo di prenderlo a calci in culo, a questo punto. Per fortuna ci fa cenno di entrare. Gli rivolgo un’occhiata di finto ringraziamento e pochi secondi dopo siamo dentro.

I buttafuori sono come una tassa: prima o poi la paghi, specie se fai il nostro mestiere.

Entriamo nel locale e il colpo d’occhio è impressionante: è stipato di gente. Ragazzini. La maggior parte di loro non supera i 20 anni. Fischiano e ridono e gridano, sentono che il momento è vicino.

Passiamo dal bar a prenderci un paio di birre. Ci guardiamo un pò intorno. Non c’entriamo assolutamente un cazzo con chiunque ci circondi. Siamo clamorosamente più vecchi e non abbiamo nemmeno avuto l’umiltà di presentarci in una veste adeguata all’occasione. Gli sguardi truci che riesco a cogliere tra i presenti lo dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio.

Poi le luci si spengono. 

Ed eccolo lì. 

Il fenomeno del momento è un ragazzino che arriva a malapena all’altezza della console. Porta dei grandi occhiali da nerd e si veste in una maniera eccentrica che mi ricorda l’hardcore punk. A guardarlo sembrerebbe solo uno sfigato come tanti, ma appena mette su la sua musica succede qualcosa. La gente comincia a saltare. Tutto il locale comincia a vibrare paurosamente. Poi si sente come un’esplosione e improvvisamente tutto quanto ci circonda diventa una bolgia. 

Va avanti così, ininterrottamente, per oltre due ore.

Alla fine Tenenbaum è letteralmente sconvolto.

“Questa roba… E’ fantastica!”

“Mio nipote aveva proprio ragione.”

“Ma l’hai visto il pubblico? Sono poco più che teenagers… Lo capisci?”

Tutti sanno che qualunque rivoluzione, nel mondo della musica, è strettamente legata alla cultura giovanile. Oggi le radio trasmettono canzoni per un pubblico medio-adulto e MTV musicalmente ha cessato di esistere. E’ inevitabile che il pubblico più giovane cominci a cercarsi da solo la propria musica, senza aspettare che qualcun altro gliela proponga. Questa è la riprova: migliaia di fans impazziti che sbavano per vedere un semi-sconosciuto dj, mai programmato da nessuna radio o tv musicale e diventato un fenomeno grazie al passaparola in rete.

“Ti rendi conto? Non lo conosce nessuno… Eccetto migliaia di ragazzini.”

“Milioni in tutto il mondo.”

“Già.”

“Sembra un miracolo.”

“Lo è.”

“Ehilà! Sapevo che vi avrei trovati qui… Come state, vecchi filibustieri?”

Ma guarda un pò. La concorrenza, per così dire. Il buon vecchio Gas. Io invece non  me lo facevo così sveglio. Specie dopo aver visto Al Bano e Fiorella Mannoia tra i suoi più recenti progetti “di successo”.

“Allora, che ne pensate?”

“Mah”, sbuffo.

Tenenbaum mi rivolge uno sguardo Gillette.

“Non so. Mi sembra la solita robaccia per teenagers che non va da nessuna parte. Chi vuoi che te la suoni? RTL? RDS? Magari. Ma non ne sono così convinto.”

“Si, ma il pubblico? L’hai visto?”

“Gas… Questi mica ascoltano più la radio… Mica guardano più MTV…”

“Infatti”, rincara la dose Tenenbaum. 

“Beh, no, ma…”

“E allora come fai a far emergere qualcosa del genere? Tutto molto bello, ma è una causa persa. Funziona adesso, in una nicchia… Ma è destinato ad essere una moda passeggera. Tra sei mesi ce ne saremo già dimenticati.”

“Beh…”

“Sicuramente.”

“Può essere.”

“Ma poi in fondo chissenefrega. Beviamo qualcosa insieme?”

“No, no, grazie”, risponde. “Devo scappare. Piacere di avervi rivisto.”

“Anche per noi”, mento. Però sorridendo.

Lo guardiamo allontanarsi tra la folla in uscita, statuari come due colonne greche.

“Ottimo lavoro, ragazzo”, sbotta Tenenbaum dopo qualche secondo.

“Figurati.”

“Sul serio, grande reattività.”

“Ho imparato dai maestri. E poi Gas è uno vecchia scuola. Anche se gli avessi rivelato che questo ragazzetto ha 200 milioni di visite su YouTube non avrebbe capito.”

“Si farà qualche domanda. Tu intanto chiama Michele e chiudi.”

“Già fatto.”

“Cioè?”

“Abbiamo già chiuso.”

“Stai scherzando.”

“Per niente. Sai com’è, non volevo rischiare.”

“Piccolo bastardo…”

“Ero sicuro che mi avresti autorizzato.”

“Ah si, eh?”

“Sapevo che avresti colto le sfumature.”

“Ma vaffanculo.”

“Grazie.”

“Prego. E comunque mi preoccupi, ragazzo. Cominci a somigliare a mia moglie.”

“Nel senso che a volte riesco a prevedere le tue reazioni?”

“No. Nel senso che a volte riesci persino a stupirmi.”

CIAO AMORE CIAO

“No, cazzo. Al Tenco no.”

“Ti tocca, ragazzo.”

“Capo, non puoi farmi questo.”

“Lo sto facendo.”

“Veramente?”

“Abbiamo vinto un premio.”

“Vabbè, lo ritira l’artista, no?”

“Ovvio. Ma è quasi tutta farina del tuo sacco.”

“Si, ma mica l’ho tirata fuori pensando di vincere il Tenco.”

“E finiscila, su. Mica sarà poi questo dramma…”

“Forse per te. Dovrò chiamare l’esorcista, al rientro.”

“L’artista vuole che ci vada tu.”

“Cioè sarebbe una specie di riconoscimento?”

“Mettila così se preferisci…”

“E’ solo una gran perdita di tempo.”

“Tutti i premi lo sono. Si va lì, si dispensano grandi sorrisi e grandi pacche sulle spalle, si ritira il premio e si prendono gli applausi.”

“Capo, al Tenco non sorride nessuno. Al massimo russa.”

“Dovresti essere contento. E’ il top del top della canzone d’autore italiana.”

“Bleah.”

“C’è gente che non dorme di notte al pensiero di aggiudicarsi una di quelle targhe.”

“Mi fanno tristezza.”

“Lo so.”

“Che poi scusa, ma a che serve? Voglio dire, questi premi hanno mai prodotto una carriera? E’ mai venuto fuori qualcuno dal Tenco?”

“Non che mi ricordi.”

“Ecco, appunto. Al massimo hanno premiato chi era già venuto fuori da solo.”

“Mi raccomando: a Sanremo non dirlo mai ad alta voce, anche se lo sanno tutti.”

“Parassiti. Basta guardarli in faccia. Ma chi cazzo sono?”

“Gente finanziata dalla politica locale. Cerca di non dimenticarlo.”

“Povero Amilcare Rambaldi. Si starà rivoltando nella tomba.”

“Avrebbe ragioni più importanti per farlo.”

“E comunque è pur sempre un premio intitolato a uno che si è suicidato perchè gli preferivano Orietta Berti. Scusa eh ma secondo me porta anche un pò sfiga.”

“In ogni caso ci devi andare.”

“Se mi trovano impiccato nella mia stanza mi avrai sulla coscienza.”

“Non farlo. Mi mancheresti. Tanto quanto mi manca Tenco.”