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VOODOO CHILD (SLIGHT RETURN)

Vincenzo Giuggara è un uomo provato.

A un primo sguardo forse può sembrarvi un tipo piuttosto in forma. Abito firmato. Abbronzatura tropicale. Denti che sembrano di madreperla. Portamento strafottente.

Ma a guardarlo bene, dopo il trattamento Stefanino, comincia ad accusare.

La sua faccia si è improvvisamente riempita di piccole rughe, anche piuttosto marcate. Ha il collo raggrinzito di un vecchio. Sulle sue guance si è formato una specie di rossore, che grazie all’abbronzatura prende un solido colore marrone. Solo ora noto che ha perso parecchi capelli, dal nostro ultimo incontro. 

Guardo Tenenbaum.

È difficile descrivere il disprezzo che avverto provenirgli dal profondo, mentre lo osserva addentare le irresistibili costolette preparate dalla sora Gelsomina. Glielo posso leggere negli occhi, nonostante mantenga un contegno inglesissimo e non lasci trasparire nulla. 

Giuggara finisce le costolette, si pulisce le dita sul tovagliolo e lo getta sul tavolo.

"Questo non è cibo, è nettare. Sensazionale."

"Non dirmi che non eri mai stato qui, prima."

"Invece te lo sto dicendo."

"Visto come siamo bravi, a scovare i talenti?"

"Ahaha. Sei proprio un paraculo."

Tenenbaum gli sorride di rimando. Ma sono certo che preferirebbe dargli una testata sulla giugulare.

Stefanino arriva con il carrello dei dolci.

È il momento di cominciare a fare sul serio.

Giuggara lo sa. Non è uno stupido. 

Non a caso è uno dei boss della radiofonia, e non solo.

Si fa portare una fetta di torta alle fragole. Ottima scelta, se volete il mio parere.

Noi invece niente. Non è il momento. Siamo troppo tesi.

Perciò aspettiamo e lo lasciamo attaccare.

"Vi ho chiesto di vederci per farvi una proposta."

Parole che pesano come macigni, scandite con una lentezza innaturale.

"Mi piace molto quella Loveddos."

"Loverdose", lo corregge Tenny.

"Sì, sì, quella lì. Ha grinta."

Fosse solo quello, vorrei dirgli. 

Dopodichè succede qualcosa di straordinario.

Giuggara tira fuori dalla tasca un cd e lo appoggia sul tavolo.

Un cd! Non ne vedevo uno da secoli. Che nostalgia!

Mi sa che uso troppo iTunes, YouTube e Spotify. 

"Questo è un pezzo scritto da uno dei nostri autori. Vorrei proporvi di farglielo cantare in duetto con uno dei nostri artisti."

Sto tremando al solo pensiero.

Gli artisti di Giuggara. Come descriverli. Lo Zelig non basterebbe.

"Ascoltatelo", aggiunge facendolo scivolare verso Tenenbaum.

Tenny annuisce e se lo infila in tasca.

Sono parzialmente sollevato. Per un attimo ho temuto di doverlo suonare sullo stereo di Stefanino, davanti a tutti i commensali.

Resta un problema. Di quale “artista” si sta parlando?

Tenenbaum mi guarda per un nanosecondo e capisco che sta pensando alla stessa cosa.

Ma Giuggara non ci dà il tempo di rifiatare.

"Si dicono cose favolose di voi."

"Per esempio?"

"Che siete i più bravi di tutti. Che nessuno sa muovere gli ingranaggi come voi. Che avete gusto e con gli artisti ci prendete."

"Però. Pensavo che l’intera industria volesse riaprire Auschwitz solo per noi due."

"Non sopravvalutarti, Temmenbau. Secondo me è tutto culo, ma devo ammettere che ne avete avuto più di tutti gli altri."

"Preferisco pensare che abbiamo una visione."

"Una visione?"

"Sì, una visione delle cose. Sai quando vedi qualcosa e ti viene come un’intuizione?"

"Vorresti dirmi che siete una cazzo di coppia di indovini, voi due?"

"Non è esatto", intervengo. "Diciamo che siamo dei giocatori professionisti."

"E su cosa scommettete?"

"Su noi stessi."

"Mi piace. Suona molto arrogante."

"Già. E a tal proposito, abbiamo spesso ragione."

"Persino troppo, Rosler. E se fossi in te non lo considererei per forza un pregio."

Stefanino porta il conto. Giuggara tira fuori il portafoglio.

"Ma neanche per idea", gli fa Tenenbaum, tirando fuori il suo.

"Ascoltami, Temmenbau. Deve ancora nascere chi pagherà il conto per me dopo avermi fatto mangiare così bene. Perciò rilassati e lascia fare a papà."

E così dicendo passa la sua carta di credito a Stefanino, senza neppure guardare il totale.

Dopodichè si fa torvo e ci guarda dal basso in alto con occhi crudeli.

"Non so neppure io perché… Forse perché in fondo voi due chiaviche mi piacete… Ma vi sto offrendo un’occasione unica. Spero che ve ne rendiate conto."

Annuiamo entrambi come due Mister Oizo.

E in quel preciso momento, come se fosse previsto da un copione, compare il suo autista.

Il boss annuisce e si alza.

Ci scambiamo distrattamente strette di mano e sorrisoni. 

E in un attimo svanisce.

Passano diversi minuti, durante i quali rimaniamo paralizzati e in silenzio.

"Cazzo", dice Tenenbaum a un certo punto.

"Siamo nella merda", gli confermo.

"E ancora non abbiamo ascoltato questo", e tira fuori il cd dalla tasca.

"Dobbiamo proprio?"

"Tiriamo le somme."

"Okay."

"Se non accettiamo ci conviene cambiare identità, perché quello non suonerà mai più un nostro pezzo neanche sotto tortura…"

"Okay."

"Se invece lo facciamo, probabilmente ci si aprirebbero le porte dell’Eden, e non solo per Loverdose…"

"Loveddos…", gli faccio notare.

"Sei molto rassicurante."

"Sono qui per questo."

"Andiamo ad ascoltare il cd?"

"E dove? Al museo della tecnologia?"

"Ti stupirò ma possiedo ancora un lettore in macchina."

"Lo vedi che ti metti nei guai da solo, uomo di Neanderthal?"

"Non lo sapessi. Tua madre me lo dice sempre che sono troppo vintage."

SAME OLD SONG AND DANCE

“Ma lo stai guardando?”

“Uno spettacolo indecoroso.”

“Io non ci sto capendo un cazzo.”

“Colpa di ‘sta storia delle due canzoni.”

“Pure quello. Ma sto a vedè cose strane.”

“Strane come?”

“Tipo Rey Mysterio che duetta con Nicolas Cage.”

“Eh.”

“Poi Amy Winehouse travestita da cassiera dell’Esselunga.”

“Sei cattivo, Michè. Non era malaccio, la cassiera.”

“Poi quelli lì, i Tempesta… No, gli Uragano… Le Catastrofi…”

“Perturbazione.”

“Solo er nome me fa rigirà lo stomaco.”

“Sono quelli indie.”

“Ma chi? Quelli?”

“Senti, ma Cat Stevens?”

“Eeeeh, altro livello.”

“A me però faceva tristezza.”

“E ce sta, fratè. È un Paese triste, questo. Perfett taiming, come si dice.”

“Già che sei lì… Che mi dici?”

“Tuttapposto, compagno.”

“Guarda, gombagno sarai tu…”

“Scusa, eh, nun volevo offende…”

“Tranquillo. Siamo sicuri, allora?”

“Sicuri sicuri.”

“Ma sicuri sicuri sicuri?”

“Che è, nun te fidi de me adesso?”

“Non mi sono mai fidato.”

“A’ stronzo.”

“E sai che ho fatto bene.”

“Sei peggio de quer blasfemo de Rufus Uenwai.”

“So’ doppio come Stromae, anzi deppiù.”

“Mortacci tua.”

“Dai, che se ti va bene riconquisti la mia ammirazione in un lampo.”

“E cosa vinco?”

“Il tuo lauto compenso e una cena da Stefanino.”

“Ce sto.”

“Insomma, chi lo vince il Festival?”

“Ma come chi?”

“È così evidente?”

“Ma certo!”

“E allora?”

“Le tette di Arisa, no? Ma dove credi di vivere, regazzì?”

NOWHERE TO HIDE

Helga, al volante, è una iena. Proprio come sul lavoro.

Quasi non me ne accorgo e ci ritroviamo in autostrada.

A 180 all’ora.

Odio la velocità. 

Avevo un collega, una volta, che amava guidare come Ayrton Senna. Non è finito poi tanto meglio. 

Tuttavia devo convenire che abbia i suoi lati positivi.

Il primo: chi guida deve restare concentrato. 

Questo significa che Helga non apre bocca per tutto il percorso. Il che è un bene, perché ho una certa voglia di metterle le mani addosso. In un modo o nell’altro. 

Non vorrei che me ne fornisse il pretesto.

Il secondo: in meno di un’ora siamo arrivati.

Siamo nel mezzo del nulla, davanti a una casa di campagna.

“Scendi”, mi ordina Nikka Lauda.

Non faccio in tempo a chiudere la portiera che sento qualcosa colpirmi la testa.

Allora è un vizio.

Solo che stavolta sembra solo uno schiaffo.

Mi giro. Tenenbaum è in piedi, davanti a me. 

“Vorrei sapere che cazzo ci fai qui, ragazzo.”

“Che vuoi che ti dica, zietto. Sentivo la tua mancanza.”

“Sei proprio un coglione.”

Poi si volta verso Helga.

Succede tutto sotto la luna, nella semioscurità. Ma qualcosa scintilla nel suo sguardo.

È Helga che si accende una canna.

“Non dovevi portarlo qui.”

“Non avevo scelta. Il tuo amico ha quasi ammazzato Yuri e mi ha costretta a portarmi da te.”

Si gira verso di me.

Gli faccio un sorrisetto Malcolm McDowell di rimando.

“Sei fuori di testa, Roessler?”

“Ascolta, te lo ricordi il mio naso?”

Mi guarda bene. Non se n’era ancora accorto.

“È stato il russo?”

“Hulkovski, sì.”

“Cazzo. E tutto questo solo per venire a cercarmi?”

“Sai com’è. Sono un vecchio sentimentale.”

“Sei una testa di cazzo, ecco cosa sei.”

“Volevo essere sicuro che fosse tutto a posto.”

“Ma sentilo. Se lo fosse, credi che sarei qui?”

“No, intendo dire tra te e te. Jekill mi pare a posto. Hyde come sta, invece?”

Tenny mi fissa. Se sapesse che lo sto chiamando Tenny adesso mi tirerebbe una testata sul naso già rotto, garantito. Ma tanto non saprà mai un cazzo.

Poi si rigira verso Helga.

“Beh? La passiamo o no, ‘sta canna?”

Helga tira una lunga boccata.

Gira intorno all’auto e si ferma davanti a Tenny.

Gli sbuffa il fumo in faccia.

Gliela porge.

Tenny la prende.

Poi, in un attimo, risale sull’auto e sgomma via.

Osservo le sue luci di posizione finché non spariscono nell’orizzonte.

🎵🎵🎵🎵🎵🎵🎵🎵🎵🎵

“Non è male, questa casetta di campagna.”

“Più che altro è un rifugio. Mi serve per pensare e farmi i cazzi miei.”

Siamo seduti su due sgabelli, appoggiati su una superficie di marmo.

Non mi ricordo quanto abbiamo bevuto.

E nemmeno cosa.

Non mi ricordo di cosa abbiamo parlato.

Ora come ora, non mi ricordo neppure come mi chiamo.

“Roessler.”

Ah, giusto.

“Ehm… Sì?”

“La vuoi sentire una barzelletta?”

“Tanto non me la ricorderò.”

“Questa te la ricorderai, amico. Sicuro.”

“Dai.”

Mi versa un altro bicchiere di un liquido giallognolo.

Lo ingoio tutto d’un fiato.

“C’è un A&R in studio di registrazione che ascolta una session.”

“Mmm.”

“Di colpo entra il tea boy col telefono in mano. Chiamano dall’ospedale. L’A&R è diventato padre.”

“Wow.”

“Stai zitto e ascolta.”

“Ok.”

“Si precipita all’ospedale e chiede alla reception, ma nessuno sa dirgli dove si trovi il bambino.”

“E allora?”

“Vuoi stare zitto? Gli dicono di provare al primo piano. Sale. All’ingresso c’è un cartello che dice “Bambini bellissimi”. L’A&R freme dalla gioia. Però lo cerca e non c’è. Sarà al secondo. Il cartello dice “Bambini belli”. Niente pure lì. Sale ancora. “Bambini normali”. “Bambini bruttini”. “Bambini brutti”. “Cessi.” “Casi umani”. Niente di niente.”

“Mmmm.”

“Sale all’ultimo piano e sulla targa legge il nome del suo bambino. Entra e trova un’unica culla. All’interno c’è un enorme orecchio, con braccia e gambe.”

“Cazzo.”

“L’A&R all’inizio è scioccato. Poi però si commuove. Lo prende delicatamente in braccio e comincia a cantargli una canzone, dolcemente, quando arriva un infermiere e gli fa…”

“…è inutile parlargli: è sordo!”

“Ahahahaha, la sapevi già!!!”

“La sanno tutti, Tenenbaum…”

Comunque, ce la ridiamo lo stesso.

“Tornando a cose più serie. Che devo fare, mentre porti avanti le tue trame?”

“Fai come se niente fosse. Gestisci l’azienda. Tanto ti sarebbe toccato comunque, prima o poi. Così avevamo pensato io e Weiss.”

“Già. Tu e Weiss…”

“Ascolta. Non è un tuo problema. Riguarda lui e me. Voglio che resti concentrato su quello che fai. Alla politica ci penso io.”

“Lo vedo, come ci pensi.”

“Sono in vacanza, Roessler. Lo so che questa parola può sembrarti aliena, ma credimi: le vacanze esistono. Dovresti provare. Libera la mente.”

“Magari lo farò. Appena non dovrò più sostituire il mio capo.”

“E senti, mi dispiace che ti abbiano rotto il naso a causa mia.”

“Mica è stata colpa tua…”

“Lo so. Ma ero sparito ed eri venuto a cercarmi.”

“Non sapevo a chi altro chiedere. E avevo il sospetto che Helga non fosse del tutto estranea a certi avvenimenti.”

“Infatti non lo è. Ma adesso è fuori dai giochi.”

“Mi solleva molto saperlo.”

"La tua registrazione è stata un colpo di genio. Ha salvato un patrimonio. Se Helga fosse riuscita a portarci via Loverdose sarebbe stato un problema grosso. E Weiss mi avrebbe azzerato. Ma gli è andata male."

"Brutta storia, comunque."

“Al contrario. È un bene che questa situazione si sia palesata. Ma non è certo una cosa sulla quale posso dormire sereno. Il mio socio era pronto a farmi fuori, così. Solo perchè quella mignotta ha ordito la sua trama.”

"Non è molto rassicurante, in effetti."

"Per questo ho bisogno di riflettere."

"Sono d’accordo con te."

"Alleluia. E adesso andiamocene a nanna."

“Dove mi piazzi?”

“C’è un solo letto, matrimoniale. Vuoi dormire a destra o a sinistra?”

“Mi accontento del divano.”

“Sicuro?”

“Sicurissimo.”

“Cos’è, sei omofobo per caso?”

“Neanche un po’. Però, visto dove vi ha portato a tutti quanti infilarlo nel primo buco che capita, preferisco non rischiare.”

WHIPLASH

Panoramica.

Vedo un paio di tette rotonde come palle da biliardo fasciate da una vestaglia argentata.

Mi concentro sulla linea divisoria tra quei due piccoli capolavori.

Con questo mal di testa, pare una Maginot.

Sono sdraiato su una superficie che mi sembra un divano di pelle.

Vedo Helga che mi sta mettendo qualcosa sul naso.

È freddo e umido.

E fa un male della madonna.

“Finalmente ti sei svegliato. Mi hai fatto preoccupare.”

“È l’effetto che faccio a tutte.”

Alle sue spalle vedo un energumeno dritto come una torre, che mi osserva a braccia conserte.

Sembrano due prosciutti poggiati uno sull’altro.

“È stato lui a colpirmi?”

Helga annuisce.

“Lui è Yuri. È la mia guardia del corpo.”

“Finalmente ne hai assunta una.” 

“Mi dispiace molto, signor Roessler”, dice l’energumeno.

“È qui per proteggermi, Axel.”

“Proteggerti da chi?”

Non risponde. Mi fissa.

“Sono venuto per Tenenbaum. Lo sapevi.”

Mi guarda per un tempo indefinibile.

Non so proprio a che cazzo stia pensando.

“Non potevo correre rischi,” mi dice.

Cerco di riflettere.

“Qualcuno ti sta minacciando?”

Helga guarda Yuri. Lui annuisce, impercettibilmente.

“Due settimane fa sono stata prelevata, qui a casa mia.”

“Rapita?”

“Diciamo prelevata. Mi hanno portata a casa di una persona molto importante.”

“E perchè?”

“Per propormi quella che potrei definire un’offerta che non posso rifiutare.”

La guardo negli occhi.

Brillano.

“Ma tu la rifiuterai.”

“Te l’ho sempre detto che sei un uomo intelligente, no?”

Non dico nulla.

Resto a fissarle le tette per alcuni lunghissimi secondi.

Poi guardo le mani di Yuri. Sembrano due palle da bowling.

Mi tocco il naso. Quasi salto dal dolore.

“Sapevi che sarei venuto. Sapevi che ero là sotto. Ho suonato, più volte.”

“Qualcuno ha cercato di entrare in casa mia usando delle chiavi. Potevo pensare che fossi là sotto, visto che suonavi come un forsennato… Ma non credevo che avessi le mie chiavi di casa. E poi, se le avessi avute, perché suonare?”

Cazzo. Touchè.

“A proposito: posso evitare di chiederti da chi le hai avute?”

“Puoi.”

“Bene. E salutamela tanto.”

“Non mancherò.”

“Mi raccomando.”

“E ora vuoi dirmi dove cazzo è sparito Tenenbaum, si o no?”

“Roessler.”

“Sì.”

“Cazzi vostri, no? L’hai detto tu. Perciò non so cosa dirti.”

Maledetta troia. 

Mi tiro su, in piedi. 

Sento come il barrito di una mandria di elefanti che mi pervade il corpo. Devono essere le mie ossa. 

“Hai un bagno?”

“Tre. Ma il più vicino è lì”, e mi indica una porta a qualche metro dal divano.

Ce la posso fare.

Barcollo dentro al cesso, mi chiudo dentro. Accendo la luce e mi dò un’occhiata allo specchio. 

Ho un pessimo aspetto. 

Non capisco ancora bene cosa sia successo al mio naso, ma sono abbastanza certo che avrà effetti permanenti. Sono pallido come Nosferatu e ho delle occhiaie che sembrano disegnate dal truccatore dei Culture Club.

Ma il peggio non è questo.

È che mi sento vecchio.

E stanco.

E mi sono anche un po’ rotto i coglioni di essere preso per il culo.

Ci penso e ci ripenso. Mi gira tutto intorno ed è come se non riuscissi mai ad afferrarlo.

Checcojoni.

Decido di darmi una ripulita.

Vedo una doccia, dietro di me. Mi ci butto dentro. E mentre l’acqua scorre, provo a pensare.

Helga.

In qualche modo è al centro di tutto. Lo so. Ma non so perché cazzo lo so.

Mi toccherà improvvisare.

Esco dalla doccia e mi asciugo. Mi dò un’occhiata al naso, che in tutto questo tempo non ha mai smesso di farmi un male bastardo. 

È inequivocabilmente rotto. Cazzo.

Cerco negli armadietti e trovo dei cerotti da garza. Per ora possono andare.

Mi fascio il naso alla buona. Fa un male che non augurerei neppure a un programmatore radio. 

Mi rivesto ed esco.

Helga è seduta sul divano.

Il bastardo che mi ha rotto il naso è in piedi di fronte a lei. Mi dà le spalle.

C’è una specie di bar alla mia destra, tra me e loro. Una dozzina di bottiglie di alcolici in bella vista.

“Tutto bene?”, mi chiede Helga.

Yuri si gira appena a guardarmi. Per lui ormai sono sotto controllo.

È in quell’istante che mi viene in mente Michael Jackson nel video di “You Rock My World”.

“Benissimo”, rispondo.

E faccio una piroetta, proprio come il King Of Pop.

Helga e Yuri sorridono.

Poi succede tutto in un attimo.

Faccio un’altra piroetta, afferro una bottiglia - credo di gin - per il collo e la spacco in faccia a quel cazzo di macellaio.

Cade a terra. Un rumore che mi piace. 

Resta lì. Gli dò un’occhiata da vicino. È solo svenuto, a quanto pare. Incredibilmente, non sembra perdere sangue. Ha qualche taglio qua e là, ma la sua pelle è come quella di un coccodrillo.

Guardo Helga.

Ha la bocca aperta ma non urla. Forse non ci riesce. Non riesce a crederci.

Uno a zero per me.

“Adesso almeno siamo pari, io e lui.”

“Sei impazzito?”

“Forza, vestiti e andiamo.”

“Cosa?”

“METTITI ADDOSSO DEI CAZZO DI VESTITI E USCIAMO FUORI DI QUI.”

Prima che l’Hulk siberiano si ripigli.

“E dove andiamo?”

“Mi prendi per il culo?”

La prendo per un braccio e la tiro su dal divano.

“Roessler, per favore calmati…”

“No, non mi calmo…”

“Mi fai paura…”

“Hai ragione… DEVI avere paura…”

“Okay, okay. Ti porto da lui.”

“Vai a vestirti.”

Vorrei tanto aggiungere un “troia”. Ma mi concederò un minimo di stile.

Al culmine di un’attesa snervante, torna vestita e truccata.

Niente male.

Hulkovski ronfa sempre lungo il tappeto persiano. Non l’ho perso di vista un secondo. Per sicurezza, ho impugnato una bottiglia di vodka. Mi sembrava appropriata.

“Hai tutto? Le chiavi della macchina?”

“Intendi la MIA macchina?”

“E quale, se no?”

“Allora guido io.”

La guardo.

Sarà che è proprio un gran pezzo di sgualdrina.

Sarà che l’ho già traumatizzata a sufficienza.

Decido di cedere.

“Va bene.”

Annuisce.

“E adesso, fuori di qui.”

MISSING

Non so come dirvelo.

Tenenbaum è sparito dalla circolazione.

Non lo vedo da una ventina di giorni. Più o meno da quando l’abbiamo messo al muro per cercare di capirne di più sui pericolosi incroci tra lui, Helga e Weiss. 

Che, per inciso, interessano anche Loverdose, fin troppo da vicino.

Ivi incluse le future sorti della ormai superchiaccherata Vagina Records.

Non ne abbiamo ricavato un emerito cazzo.

Il vecchio T, da consumato lupo di mare, ha carpito abbastanza da serrare ogni fessura ed andarsene in vacanza a tempo indeterminato, supportato da quei due o trecento giorni di spettanza che ancora non si era preso.

Il che la dice lunga.

Nel frattempo ho preso il timone, e non è che la cosa mi dispiaccia…

Ma questo silenzio da parte sua mi inquieta.

Il cellulare è morto.

Nessuna risposta alle e-mails.

Non posso certo parlarne a Weiss. 

E continuo a pensare a Helga.

Guardo l’orologio.

L’una e mezza di notte. Orario perfetto, per una del suo calibro.

“Roessler.”

“Ehilà.”

“A quest’ora?”

“Sai com’è.”

“Ti stai toccando?”

“Ti piacerebbe.”

“Molto.”

“Forse anche a me. Ma non adesso.”

“Che cosa vuoi?”

“Hai idea di dove sia il mio socio?”

“Speravi fosse qui, per caso?”

“In realtà pensavo fosse acqua passata e che tu fossi in fissa per la mia artista.”

“E allora perchè me lo chiedi?”

“Secondo te?”

Sento quasi le sue rotelline girare. Click. Click.

“A che gioco stai giocando?”

“A nessuno. Sai dove si trova Tenenbaum, sì o no?”

“Perchè?”

“Cazzi nostri, scusa.”

“Senti, ma che vuoi…”

“Tra un quarto d’ora sono a casa tua. Prepara il caffè.”

Schizzo fuori dall’appartamento e salto in auto.

Sono da lei in meno di dieci minuti.

Suono il campanello.

Non succede nulla.

La chiamo. Il cellulare è spento. Merda.

Ci penso qualche secondo. Ci vuole una chiamata necessaria.

“Hey, capo.”

“Sai dove sono?”

“Dimmelo tu.”

“Sotto casa della tua nuova fiamma.”

“E che ci fai, lì?”

“Pensavo di trovarci Tenenbaum.”

“E perchè?”

Non le rispondo.

Aspetto che il pensiero le si materializzi in testa. Non ci vuole molto.

“Che cosa vorresti che facessi?”

“Hai le chiavi dell’appartamento di Helga?”

“Secondo te?”

“Allora ti aspetto.”

Attacco. E spero.

Venti minuti dopo la vedo arrivare. Brava bambina.

Accosta con la sua Mazda nera. Ha un cuore rosso sulla portiera. 

Tira giù il vetro e mi getta le chiavi.

“Quella verde apre il portone. Quella lunga e quella con il gommino giallo aprono la porta dell’appartamento. Prima una, poi l’altra.”

“Non vuoi venire con me?”

“Ti aspetto qui.”

La guardo un paio di secondi. 

“Coraggio, Roessler. Ricordati che mi hai buttato giù dal letto.”

Vado.

Entro. Salgo sull’ascensore.

Arrivo all’ottavo piano. Individuo la porta.

Infilo la chiave lunga nella serratura.

Non gira.

Sfilo la chiave lunga e faccio per prendere quella col gommino, quando la porta si apre.

E mi arriva un cartone in piena faccia.

Dopodichè, il buio.

ROAR

"Ma perché finiamo sempre a parlare delle stesse cose? Anche dopo un quarto di secolo?"

Lo sapevo che mi sarebbe toccata. 

Non potevo non soccorrere il buon Fits. 

Ma questa cena con Mister Sgrunt me la sarei proprio risparmiata.

Per la cronaca, Sgrunt fa il programmatore in una radio molto importante. Da ben più di un quarto di secolo. Non l’hanno ancora ammazzato.

A guardarlo, pare una versione milanese di Walter Sobchak. Nel corso del tempo gli è cresciuta una panza modello Rafa Benitez. E non è che la faccia sia migliorata, invece.

“‘scolta, Roessler. Pensavo che avessi smesso di scassare la minchia con le tue menate.”

"Ti ringrazio molto per il rispetto dei ruoli."

"Ma vaffanculo."

Punto primo: quando ti provocano in maniera cialtrona, non reagire mai subito.

"Per ora diciamo che sto pagando il conto. Perciò gradirei che ti ripigliassi e riportassimo questa conversazione su un livello più civile."

"Guarda, se vuoi me ne vado."

Punto secondo: quando bluffano, non battere ciglio. 

"Potevi non venire fin da subito."

"Sarebbe stato meglio."

"No, io credo di no. Se sei qui è perchè lo sai anche tu."

Fare leva sul potenziale senso di colpa. Funziona spesso, nel nostro business.

"Veniamo al punto."

"Visto che insisti. Quest’anno abbiamo lavorato su undici singoli che sono finiti in top 40."

"E sticazzi?"

"L’abbiamo visto. Ne hai suonati a malapena due."

"Perchè gli altri nove mi facevano cagare."

"Già. Ed è questo il punto. Siamo preoccupati per il tuo udito."

Punto terzo: sorprenderli quando meno se lo aspettano.

"Ti abbiamo portato un regalo."

Fits gli allunga il pacchetto, sorridendo.

Lo prende e lo apre delicatamente, come se contenesse una bomba.

Contiene un cd e una scatola di cotton fiocc.

"Sul cd ci sono le nove hits che ti sei perso. Il resto è per aiutarti a sentirle meglio."

Sgrunt finalmente accenna un sorriso. Per quanto ironico e amaro.

"Davvero un pensiero carino. Sono commosso."

"Già. Chissà che bei regali ti hanno fatto i tuoi amichetti, invece… Raccontami. Telefonini? Tablets? Nessun viaggio esotico, quest’anno?"

"Ma non me la menare ancora con questa storia…"

Punto quarto: quando cominci a picchiare, picchia duro.

"Sai cosa, non è che la mia massima ambizione nella vita sia venire qui a menarti quella microminchia che cerchi disperatamente di infilare in ogni dove."

Strabuzza gli occhi. Non ci sta credendo.

Credici, amico. Credici. Sta succedendo, proprio ora.

"Prego?"

"Però devo dartene atto. A volte ti si rizza ancora. Eccome."

E gli allungo la busta.

Dentro ci sono le foto.

Mentre le guarda, vedo che realizza che il mondo si è improvvisamente capovolto.

Mica è un coglione. È solo una puttana.

Come quasi tutte le altre.

Punto quinto: infierire non è elegante.

Apro il menù.

"Allora. Ti consiglio la tagliata ai porcini. In questo posto, è fenomenale."

BULLET IN THE HEAD

Rientro a casa, una sera, e trovo tutte le luci accese. Mi arriva immediatamente al naso un inequivocabile odore di pancetta.

Hube.

"Fratello, ma dove cazzo eri finito? Bello questo posto, comunque. Complimenti."

Non ci posso credere.

Mi avvento su di lui e lo stringo a me. Sono anni che non vedo il vecchio Hube. Non è cambiato quasi per niente, a parte un’incipiente calvizie. Ha sempre il solito sguardo acceso da stronzo.

"Pensavo fossi morto. Non è mica normale passare più di due anni in un appartamento senza che tu ti ci intrufoli dentro."

"Eh, che ti devo dire. Mi sarò arrugginito."

"Ti sei fatto bacon & eggs?"

"Ne ho due tegami pieni, là in cucina."

"La mia cucina, caro Cracco."

"E che ti frega. Avrai fame, no, testona di cazzo?"

Eccome. 

Rimembrare i vecchi tempi con Hube è sempre uno spasso. Specialmente davanti a una porzione titanica di uova e pancetta, che per qualche ingiustizia astrale è capace di cucinare divinamente. 

"Come ti girano le cose?"

"A guardarmi intorno, non bene come a te. Ma me la cavo. Mi sono comprato una casetta in Messico. Conto di farmi un paio di storie di quelle pese, sempre che mi regga ancora il fisico… E poi me ne vado affanculo."

"C’è il rischio che non ti veda più?"

"Ma scherzi? Ti aspetto in Messico. Sempre che tu non mi sparisca di nuovo, come stavolta."

"Eh, sono cambiate parecchie cose negli ultimi tempi."

"Ho visto. Senti, ma questa troietta che avete lanciato è dappertutto… Se la cerchi su Google ti compaiono centinaia di pagine. Anche la tua agenzia, vedo che se ne parla parecchio, in giro…"

"Conseguenze. Sai com’è: fai un successo enorme e improvvisamente tutti ti guardano. Credimi: sono capaci di dimenticarsi di te altrettanto in fretta."

"Beh sono contento per te. E meno male che non faccio il tuo lavoro."

"Puoi dirlo forte: tu non devi preoccuparti di certe follìe."

"Non è che non devo: è che non voglio. La mia religione è il basso profilo. Per uno come me agire senza clamore, evitare di attirare attenzione, essere invisibile sono qualità. Mentre normalmente, nel mondo reale, mantenere un basso profilo è quasi sinonimo di voler sembrare un qualcosa di seconda o terza categoria."

"Già. Per te è tutto più facile."

"Ti sembra?"

"Certo che sì. Sei il fottuto Batman. Compari dal nulla, sparisci nel nulla e agisci dal nulla. Io, invece, se la mia artista si fa beccare ubriaca fuori da un pub mi ritrovo i paparazzi nel giardino che vengono a fotografare cosa stessi facendo, in quel momento."

"Ahahaha. Mi sa tanto che potremmo esserti molto utili, io e la mia Glock."

"Non immagini quanto. Ma sarebbe meglio in una fiction."

"Beh, allora scriviamola. Materiale buono per quando saremo in pensione."

"Ci sto. Facciamo un brindisi per suggellare l’intesa."

"E come la chiamiamo, questa fiction?"

"Ah, ho un nome fichissimo."

"Sei tu l’esperto in materia."

"Dimmi se ti piace."

"Spara."

"Fuck’n’roll."

"Mi piace."

"Sì?"

"Sì. Suona proprio come un proiettile."

PRIDE (IN THE NAME OF LOVE)

Slim Joe è un mio amico musicista, da anni.

Ha suonato al matrimonio di mio padre. Il terzo o il quarto, non ricordo.

Si è costruito un’invidiabile carriera da session man. È stato uno dei primi bassisti in Italia ad adottare lo Steinberger.

Poi le cose non gli sono girate più tanto bene.

È finito in un’orchestra di liscio.

Siamo gli ultimi rimasti al bancone di Leopoldo. E ben dopo che le serrande siano state serrate.

"Lo sai, Axel, qual’è il mio problema?"

"Dimmelo, dai, paparino."

"È che non accetto compromessi."

“Nella tua posizione, lasciatelo dire, non è molto saggio.”

"Avevamo trovato questo impresario, un manager…"

"Eh."

"Ci ha venduto subito 30 serate dandoci 750 euro a botta."

"Però. Nell’arco di quanto?"

"Tre mesi."

"Cazzo, Slim. 2500 euro al mese a testa, tanto per cominciare?"

"Mica male."

"Già."

"Poi abbiamo scoperto che anche lui se ne metteva in tasca 750 a data."

Si blocca per un secondo e mi guarda.

"E… Quindi?", gli dico.

"Quindi cosa? Un manager al massimo prende il 20%. Quando l’abbiamo scoperto volevamo ucciderlo. Per sua fortuna l’abbiamo solo licenziato. Ma siamo in causa per i danni arrecatici."

"Posso farti una domanda?"

"Spara."

"Dopo che l’avete "licenziato", che è successo?"

"In che senso?"

"Avete firmato con un altro manager? Come siete andati avanti?"

"Nulla, ci siamo sciolti. A quanto pare siamo passati di moda."

"Così, di punto in bianco?"

"Sì. Poi mi sono unito a quell’orchestra di liscio."

"Un progressone, insomma."

"Ma sai, suonavamo cinque sere a settimana. Mi davano 100 euro nette a sera. Era accettabile. Però gli spettacoli duravano cinque o sei ore ed erano pure in playback. Dopo venti date o giù di lì mi è venuta una tendinite che neanche a un wrestler."

"Bizzarro."

"Affatto. Mimare è molto più faticoso che suonare, per un vero musicista."

"E poi?"

"Il dottore mi ha imposto il riposo forzato per almeno tre mesi."

"Con l’approvazione totale della tua signora."

"L’unico ambito che posso dire stia migliorando. Da quando sono più spesso a casa Agata è molto più serena. Nonostante i problemi di soldi…"

"Senti, lunedì chiama Fits. Gli parlerò. Troveremo un qualche evento dove piazzarti e almeno respirerai per un po’. Ma voglio chiederti una cosa."

"Dimmi."

"Guardandoti indietro. Meglio un manager che fa qualcosa per te, anche se ti frega i soldi ma te ne fa comunque guadagnare a sufficienza, o il nulla che è venuto dopo?"

"Spari sulla croce rossa. Vuoi forse rimarcare che sono stato un coglione?"

"Fai un po’ tu. Per essere uno che non accetta compromessi, finire a fare i playbacks per un’orchestra di liscio non mi sembra esattamente il percorso più coerente…"

Ci riflette svariati secondi.

Poi inghiotte in un solo sorso il suo bicchiere di Jack.

"Hai ragione."

"Ecco."

"Avrei dovuto capirlo subito."

"Cosa?"

"Altro che liscio. Qui bisogna formare una cover band."

POP PORNO

"Allora, la vuoi sentire quest’idea, sì o no?"

Lo sguardo di Loverdose mi comunica distintamente che sto per infilarmi nei guai. Sento che stanno per arrivare. Colossali e inevitabili.

"Spara."

"Ho scelto il nome per la mia etichetta."

"Non vedo l’ora di sentirlo."

"Vedrai, è geniale."

"Non ne ho alcun dubbio, tesoro."

"Qual’è l’origine di ogni cosa?"

"Non saprei. Esistono varie teorie, al riguardo."

"Dai, Roessler. Pensa un po’ più terra terra."

"Le possibilità restano ampie, a prescindere."

"Okay. Allora vediamo di restringere l’ottica e parlare un linguaggio più consono."

"Ecco, dai. Diamoci al narrowcasting."

"Cos’è che funziona di più, in rete?"

"Fammi pensare… Il porno?"

"Esatto."

"Mi stai dicendo che vuoi fare concorrenza a Sasha Grey?"

"No. Ti sto dando degli indizi."

"Dammi la soluzione, su, che non ho tempo da perdere."

"D’accordo. Si chiamerà Vagina Records."

Ommadonna.

"Ti spiace se mi verso un drink?"

"Sono le 11 del mattino."

"Già. Ma tu vuoi usare il termine Vagina per lanciare un tuo brand."

"D’accordo, permesso accordato."

Mi alzo e mi verso qualcosa di simile a una pinta di vodka dal frigo bar. 

Prendo un lungo sorso.

"Fammi capire."

"Credevo lo avessi già fatto, al volo."

"No, no, non fraintendermi. Voglio sentire il concetto spiegato da te, con parole tue."

"Non è che ti sta già venendo barzotto, eh zio?"

"Sarebbe la volta buona."

"Te l’ho già detto. Qual’è l’origine del tutto?"

Ci penso un secondo. Obbiettivamente, ha un senso.

"Parliamo del tuo profilo. Non credi che sia un modo piuttosto ambiguo di porsi?"

"Sicuramente. Ma io voglio sguazzarci, nell’ambiguità."

"Ti attirerai addosso un sacco di haters."

"Saranno come benzina, per le mie idee."

"Penseranno che tu sia trash."

"Già. E qual’è la seconda cosa che funziona di più, in rete?"

Due a zero e tutti a casa.

"Senti, ragazzina so-tutto-io. È un’idea intrigante. Te la approvo. A una condizione: che non ti limiti ad utilizzare un immaginario. Bisogna che il prodotto della Vagina Records rispecchi le aspettative dei fans."

"Cioè, devo darmi al porno?"

"No, non è necessario. Ma devi ammiccare. E non in maniera troppo edulcorata. Deve diventare una specie di versione spinta di Victoria’s Secret del rock’n’roll."

"Okay, ci sono."

"Ma soprattutto, devi trovare dei talenti straordinari che si prestino ad adottare la tua filosofia."

"Li troverò."

"Ne sei proprio sicura?"

"Tu no?"

"Certo che no. Quelli che oggi chiamano artisti e hanno una presunta integrità non amano troppo l’idea di venir veicolati in certe maniere."

"È perchè hanno la presunzione di pensare che basti solo la loro arte per veicolarli."

"Esatto."

"Ma noi sappiamo benissimo che non è proprio così."

"E quindi?"

"E quindi… Ti ho portato una cosuccia da farti vedere."

"Un film porno?"

"No, un videoclip."

"Accipicchia. E l’artista chi è?"

"Si chiama Canyon."

"Un nome, un programma."

"E ancora non l’hai vista."

Lo sapevo.

Me lo sentivo che mi stavo mettendo nei guai. 

"Forza, allora. Vediamola."

Mi allunga una chiavetta usb triangolare colorata di rosa e nero.

"Ah, dimenticavo. Quella sarebbe la logo."

COME AS YOU ARE

"Non vuoi venire da me?"

"Non è che non voglio. Non posso."

"Ah, cambia molto."

"Non dal tuo punto di vista."

"E cosa stai facendo di così importante?"

"Cose che non potrei spiegarti."

"Provaci."

"Non vuoi, veramente."

"Sei così trattenuto. E io così esplicita. Mi chiedo perchè non mi mandi affanculo, una buona volta."

"Perchè lo faccio già abbastanza nel mio lavoro."

"Insomma, sono una specie di esperienza terapeutica."

"Mettila come vuoi. Sei un’esperienza, a prescindere."

"Ti vorrei tanto qui con me adesso."

"E io vorrei tanto essere lì."

"La vita è ingiusta."

"A chi lo dici. Sono qui a mendicare l’attenzione di degli squallidi bavosi mentre ho una meraviglia che sbava per me."

"Continua a parlare, Roessler. Potrei eccitarmi."

"Non farlo. Potrei deluderti."

"So che non lo farai."

"Non contarci. Senti, ho bisogno del tuo aiuto."

"Sono tutta orecchi, e anche qualcos’altro."

"Puoi recuperarmi qualche informazione ben pagata?"

"Non ci credo. Stai cercando di usarmi."

"Spudoratamente."

"Per te posso fare di tutto."

"Volevo sentirmelo dire ancora."

"A condizione che tu sia mio."

"Lo sono già e lo sai."

"No, intendo stanotte."

"Vuoi che venga da te alle cinque del mattino, sbronzo marcio?"

"Voglio che tu venga qui e basta."

"Se è questo che vuoi così sia, mia signora."

"Bene, mio signore. Allora ti aspetto. Non tardare."

"Tarderò eccome."

"Questo lo vedremo."