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WILD WILD WEST

"Hai letto?"

"A-ha."

"Veramente irritante."

"Fa pensare, in effetti."

"Pensar male, vorrai dire…"

"Non siamo pagati per pensar bene."

"Già…"

"Questi rifiutano tutto: cash, investimenti, accordi discografici, rientri editoriali… Gli hai pure portato uno sponsor. Niente."

"Non mi era mai successo."

"Non è colpa tua, Fits. Qualcuno sta cercando di affossare il progetto."

"Dici?"

"Senti, questo singolo gira su decine di radio, è in classifica, va addirittura su Empty V. Perchè dovrebbero rifiutare un guadagno su un successo praticamente sicuro?"

"Infatti non ha alcun senso."

"Sì che ce l’ha. È opera di un furbetto."

"Non potrebbe semplicemente essere un errore di valutazione della direzione artistica? In fondo non sarebbe la prima volta che non capiscono cosa si ritrovino tra le mani…"

"Quegli incompetenti… Beh, è sempre una possibilità. Ma se considero le ciofeche che ho sentito passare su quella radio, negli ultimi tempi… Roba che se la invii a certe emittenti locali te la rimandano indietro… No, direi che questo è esattamente lo stile di qualcuno di nostra conoscenza."

"Stai pensando a chi penso io?"

"Succede raramente, ma a quanto pare è una di quelle volte."

"Spiritoso."

"De nada."

"Cosa vuoi fare, allora?"

"Non lo so ancora. Ma a qualcosa penserò."

"Non vuoi fargliela passare liscia, eh?"

"Non hai capito. Tu o io non contiamo nulla. È che non devono passarla liscia. È la legge."

"Quale legge?"

"La nostra, Fits. Sono sgarbi che non possono restare impuniti. Se no poi certa gente si abitua."

"Beh, con la tua faccia saresti una versione perfetta di Billy The Kid."

"Già. E lo sai qual’è, il bello?"

"Quale?"

"Che nel nostro ambiente non esiste nessun fottuto Pat Garrett."

WORDS

Inorridite pensando a Goebbels? Fate bene.

Però ripensateci. È il padre della propaganda.

Conosco marketers che non lo ammetteranno mai, ma sotto sotto lo ammirano.

Non riesco ad arrivare a tanto, ma senza alcun dubbio provo per lui un’invidia primordiale. Era un fottuto genio della comunicazione di massa. L’avrei visto benissimo in qualche agenzia pubblicitaria o nel reparto marketing di una multinazionale, se il livello non si fosse abbassato fino al punto attuale.

Basta pensare ai suoi famosi 11 Princìpi. E leggere a caso.

"Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse."

Ma non divaghiamo.

"Pronto?"

"Roessler."

"Esatto."

"So perché mi chiami."

"Io invece credo proprio di no."

"Hai parlato con Sauro."

"Al contrario. È lui che mi ha parlato."

"Senti, non voglio farla lunga. Quel pezzo non mi piace, punto. È la mia playlist, potrò farci il cazzo che voglio?"

"Nessuno ha da obbiettare su questo. Neppure Fits, mi pare."

"E allora che vuoi?"

Certa gente, davvero, riesce ancora a stupirmi. Non si rende neppure conto di quello che DICE.

"Gli hai detto una cosa che ti si è ritorta contro, Mino."

"Spiegati meglio."

"Che prima ancora che lui ti chiamasse avevi già deciso."

"Esatto. Funziona così e lo sai. Qual’è il problema?"

"Non saprei. Per esempio che nessuno te l’aveva ancora mandato?"

"Ma che dici?"

"Te lo ripeto, coglionazzo. NESSUNO TI AVEVA ANCORA MANDATO IL PEZZO. Sauro ti ha chiamato per PRESENTARTELO. Sai com’è, ci teneva a farlo personalmente, perciò ha chiesto a Fits il permesso di chiamarti per primo."

"…"

"Adesso voglio spiegarti una cosa riguardo alla tua radio lottizzata di merda che crede di fare il bello e il cattivo tempo nell’industria musicale."

"Roessler, scusami, è un equivoco…"

"No, non lo è. Dimostra una cosa. Che sei uno schiavo, un colluso che suona solo certe cose, mentre altre le scarta a priori. E tra queste ci sono le MIE."

"Vabbè, se vuoi pensarla così…"

"Ma non ci provare, Mino… Sai cosa? Se non la finisci mi dedicherò personalmente ad azzerare la tua intollerabile spocchia. Ti farò il vuoto intorno! Te lo giuro sull’onore di quella troia di tua madre. Forse puoi decidere liberamente cosa suonare su quella radio di merda, ma non ti puoi permettere di prendere per il culo né me né i miei clienti! Sono stato chiaro, signor Coda Di Paglia?"

Silenzio.

"Allora?"

"Chiarissimo."

"Bene. E ora, vaffanculo!!!"

Sapete com’è. Siamo esperti di pubbliche relazioni. 

 

OCEAN SIZE

"Per riassumere la situazione, direi che ad occhio e croce stai nuotando in un oceano di merda."

Tenenbaum non fa una piega. 

Mi guarda con la sua tipica faccia da stronzo che vuole fare lo stronzo.

"Tralasciamo un secondo la questione Fabiani, che comunque - checchè ne dica Michele - resta un bel macigno sui coglioni…"

"Non mi preoccupa."

"Bene. Allora vuoi spiegarmi perché Weiss vuole farti fuori?"

Strabuzza gli occhi per un millesimo di secondo. 

Poi riprende il controllo, ma è troppo tardi. L’ho già sgamato. 

Resta muto come un pesce.

"D’accordo. Però pensavo che fossimo una squadra…"

"Lo siamo, Axel. E questa storia non ti riguarda."

Tenny non mi chiama mai Axel. 

"Vorresti spararmi la stronzata che stai cercando di evitare di coinvolgermi?"

"Esatto. L’ho sempre detto che sei un ragazzo perspicace."

"Non sono un ragazzo."

"Questo è quello che pensi tu…"

Quel provocatorio ghigno beffardo. Comincia a starmi sul cazzo.

"Forza, spara. Potrei essere in grado di aiutarti."

"Seee, vabbè. Senti, perché non torni ad occuparti di ciò che sai fare meglio? Ti faresti un gran favore."

"Ah sì?"

"Sì."

Va bene: lo sapevo che gli piaceva il gioco duro. E allora giochiamo.

"Lo sai che Helga si scopava Weiss?"

Rimane lì, come trapassato da un fulmine.

Chissà se è più sconvolto dallo scoprirlo o dal fatto che lo sappia…

"E magari se lo scopa anche adesso… Chi può dirlo, con certezza?"

Bingo.

"Chi te l’ha detto?"

"Ma lascia stare. In che razza di casino ti sei infilato?"

Posso vederlo. Un intero universo sta sfilando davanti ai suoi occhi.

"Per il momento non so valutarlo."

"Per il momento?"

"Esatto."

"Parlami di te e Helga."

"C’è poco da dire."

"Dimmi quel poco che puoi."

"L’ho scopata più volte, è rimasta incinta, ha abortito. E non mi ha mai perdonato."

"Mi stai dicendo che hai una specie di taglia cucita addosso?"

"Potrebbe essere. Non è stato per niente carino."

"Perché, ci trovi qualcosa di carino nell’abortire?"

"No."

Certo che no, porca puttana. 

"Adesso spiegami come Fabiani possa rientrare in questo merdone."

"Lui non c’entra nulla. È solo una pedina."

"Spiegati meglio."

"Cazzo. Sono stato proprio un coglione…"

"Direi di sì, a sentore."

"Michele è nei paraggi?"

"Avrebbe già dovuto essere qui…."

La porta della sala riunioni si spalanca di colpo. Parli del diavolo…

"Ciao, regà. Scusate ‘r ritardo. M’han fermato li viggili, mortacci loro…"

Guarda me. Poi Tenenbaum.

“‘A Tè.”

"Eh."

"Madonna che tanfo, qui dentro… Ma te le sei viste, quelle ascelle?"

Solo ora noto che la camicia bianca di Tenny è cosparsa di chiazze di sudore.

"Ma che, sò protette da Legambiente?"

HIT SINGLE

Quando arriviamo al Rainbow tutto sembra più o meno come ci eravamo immaginati: un casino infernale. 

C’è la polizia. Qualcuno ha chiamato un’ambulanza. Una piccola folla di curiosi staziona davanti al locale, ma non si vedono fotografi nelle vicinanze: sia ringraziato il cielo… Andrè, il gestore, è sulla porta insieme a un paio di buttafuori delle dimensioni di due ippopotami. Parla e gesticola davanti a un tizio coi baffetti, che mi puzza di piedipiatti da chilometri di distanza. 

"Merda".

"Cazzo".

"Me sa che ce tocca."

Purtroppo Michele ha ragione. Dobbiamo per forza entrare lì dentro. 

Mi avvicino con passo deciso. Prima di catapultarmi nell’auto di Fits ho indossato un completo blu scuro di Hugo Boss, una camicia grigia e scarpe di Prada nere che paiono lucidate da un marine. Giusto per darmi il tono della persona seria. La barba sfatta e l’occhio lucido passano in secondo piano, quando hai stile.

"Signori, buonasera e scusateci. Siamo cercando il signor Tenenbaum."

"Roessler… Ben arrivato", sibila Andrè, accennando un sorrisetto di circostanza. Chissà che cazzo ci trova da ridere.

Baffetti mi allunga uno sguardo obliquo e decide di presentarsi.

"Ispettore Diomedis."

Minchia. Ispettore. 

Rispondiamo a un paio di domande mentre la parola continua a risuonarmi nel cervello. Poi Baffetti si convince e ci scorta dentro. Il locale è quasi completamente vuoto, ad eccezione di due gruppi di persone. 

Uno si sta occupando di un uomo a terra e lo sta mettendo su una barella, con l’aiuto di un paio di infermieri. Lo riconosco: è Fabiani. Porca puttana. 

L’altro gruppo è composto da tre sole persone: due poliziotti e Tenenbaum, seduti a un tavolo non molto distante dalle operazioni di soccorso. Lo guardo mentre osserva i soccorritori con un’espressione calma, direi quasi pacifica. Ha un vistoso occhio nero, il labbro inferiore spaccato e la sua camicia è sporca di sangue. Neppure si accorge del nostro arrivo.

Baffetti dice qualcosa ai due poliziotti, che levano le tende. Poi ci fa cenno di sederci. Mi prende velocemente da parte.

"Quando avrete finito, prima di andare, vorrei scambiare due parole con lei, se non le dispiace."

Per carità. Adoro parlare con gli sbirri. 

"Ci vorrà solo qualche minuto."

"D’accordo", gli rispondo, e poi mi siedo con gli altri.

Tenenbaum sta lì e ci guarda, senza dire nulla. Mi inquieta.

Decido di fare il simpatico.

"Tenny, Tenny…"

"Vuoi che prenda a calci in culo anche te?", mi risponde. Odia i soprannomi. 

"Fai presto a parlare. Ma quello sulla tua faccia sembra proprio un bel gancio destro andato a segno".

"Ma vaffanculo, Roessler."

"E sarebbe Fabiani quello sulla barella?"

"Quel che resta di lui, suppongo."

Michele gli prende il polso.

"Fratè, vedi de ripijarte… Quello è un pezzo grosso."

"Sì, infatti. Un grosso pezzo di merda."

Decido che parlare con Tenenbaum in quelle condizioni è inutile. Mi alzo senza smettere di fissarlo, in silenzio. Poi giro i tacchi e vado a cercare Diomedis. 

Lo trovo ancora sulla soglia del locale, che parla con gli infermieri. Chiedo e ottengo la sua attenzione. Ci appartiamo a qualche metro di distanza da tutti.

"In cosa posso esserle utile?"

"Ha già finito di parlare col suo amico?"

"No, non ancora. L’ho lasciato un attimo col suo avvocato."

Baffetti fa un cenno di assenso. 

"Signor Roessler, abbiamo sei o sette testimoni che hanno assistito a questa zuffa. Tutti dicono che il signor Tenenbaum è stato provocato e ha reagito per difendersi."

Non so perchè, ma la cosa non mi provoca molto sollievo.

"Solo che…"

"Solo che, cosa?"

"Abbiamo alcuni dubbi."

"Per esempio?"

"Secondo lei il signor Tenenbaum è una persona violenta?"

Non saprei. Hitler era un razzista?

"No, violento non direi. Diciamo che però non è uno che si fa prendere volentieri a calci in culo, per usare un eufemismo."

"Mi immagino. E le risulta che tra lui e il signor Fabiani - perchè immagino anche che conosca il signor Fabiani - ci fossero, come dire, delle pendenze in sospeso?"

"Si spieghi meglio…"

"Magari è stata una semplice zuffa… Magari no…"

"Mi scusi, Ispettore, ma cosa glielo fa pensare?"

"Fabiani e Tenenbaum stavano litigando per questioni professionali. I toni si sono alzati e pare che Fabiani sia passato agli insulti. Si è alzato in piedi e ha cominciato a inveire, in mezzo alla sala. Poi ha preso Tenenbaum per la cravatta e ha cercato di tirarlo in piedi, presumibilmente per colpirlo… Ma il suo amico è stato più veloce e gli ha dato un pugno. Se le sono date di santa ragione per qualche secondo, poi Fabiani si è liberato e ha cercato di scappare. Il signor Tenenbaum l’ha inseguito e lo ha colpito alla gamba, facendolo cadere per terra. Fabiani ha battuto la testa ed è svenuto. Quando ci hanno chiamato ci hanno detto che sembrava morto…"

"Ma non è morto, no?"

"Certo che no. Gli infermieri mi hanno appena detto che con un paio di giorni di ospedale si riprenderà e tornerà uguale a prima, a parte il naso che temo non sarà più lo stesso… Senonchè concorderà con me che le cose hanno preso una piega poco piacevole per il suo amico… Inseguire il proprio aggressore non suona esattamente come una legittima difesa."

"Perciò vuole sapere da me se ci fossero dei motivi personali, che esulino dalla semplice "zuffa" come la chiama lei?"

"Esatto."

"Senta, Ispettore. Non so cosa lei sappia del music business ma le dico una cosa. In qualunque altro settore vuoi che i tuoi concorrenti perdano. In questo, vuoi che falliscano. Che spariscano nel nulla."

"Vuole per caso fornirmi un qualche capo d’accusa?"

"No. Voglio solo spiegarle come stanno le cose. Tutto è una questione personale, nel nostro lavoro."

Baffetti mi osserva.

"Posso solo dirle che conosco Tenenbaum abbastanza da essere assolutamente certo che non avrebbe mai reagito in quella maniera se non fosse stato provocato. Non è mica un selvaggio."

Baffetti mi soppesa.

"E quanto a Fabiani, non è la prima volta che si trova in situazioni del genere."

"Lo so, non si preoccupi."

"Bene. C’è altro?"

"Per il momento no. Ma mi lasci un suo bigliettino, per cortesia."

Glielo allungo e torno da quel coglione di Tenenbaum.

"Non riesco a credere che tu gli abbia dato un pugno in faccia."

"Non è esatto. Prima gli ho dato una testata sul naso, e solo poi gli ho dato un pugno in faccia."

"Ma perché, santo Dio?"

"Mi ha dato dello stronzo."

"Ma tu SEI uno stronzo!"

"Sì, lo so."

"E allora?"

"Non mi è piaciuto il tono."

"Eri lì per chiudere un business. I cazzi vostri non dovevano interferire."

"Non sono stato io a cominciare."

"Sì, lo so: me l’ha raccontato la Polizia."

Silenzio tombale.

Fits è come paralizzato. Non ha detto una parola da quando è entrato. Sembra essersi immedesimato nel ruolo dell’autista. 

Michele invece osserva. Ha un’espressione compassionevole mentre guarda Tenenbaum comportarsi come una specie di adolescente ribelle. 

In effetti, a più di 50 anni, fa impressione.

"Ascoltami bene. Hai una mezza dozzina di testimoni a tuo favore e nonostante questo Diomedis ha ancora dei dubbi su di te. Pensa che tu avessi motivi personali per scatenare la rissa e poi farti passare come vittima."

Sogghigna.

"Comincia a preoccuparmi, questo Diomedis."

"Ma lassastà - interviene Michele - nun pò fà ‘gnente. Nun ha ‘n mano ‘gnente… Solo supposizioni. Con cui ce se pò annodà er cazzo."

"Sono contento di sentirlo", rispondo. "Questo risolve almeno uno dei nostri problemi."

"Perchè, ne abbiamo altri?", domanda Tenenbaum, facendo una faccia che sembra proprio un punto interrogativo.

Michele, Fits e io ci guardiamo. 

"Ascolta, Tenny. Dobbiamo approfondire."

Inghiotte il Tenny con nonchalance. Evidentemente il discorso gli sta a cuore.

"E che cazzo vorrebbe dire?"

"Non qui", mi suggerisce Michele.

"Sono d’accordo", ribatte Fits. Le sue uniche parole della serata.

"Okay", cedo. "Ne parliamo domani in ufficio."

Tenenbaum annuisce. Ci alziamo e ci avviamo verso l’uscita.

Michele mi si avvicina.

"Sei proprio sicuro di quello che stai facendo, regazzì?"

"Tranquillo, zio. L’importante è che non esca una sola parola da qui".

"Non succederà."

"Ah lo so. Ma tu, in ogni caso, ricordati che me lo devi."

GRAZIE DEI FIORI

"Vuoi la mia? Stiamo perdendo tempo. Siamo qui per un non-starter.”

Seduti attorno al tavolo ci sono molti dei personaggi che dominano il mercato dei diritti di licensing. Discografici, editori, agenti. Tutti specialisti. Siamo nella sala riunioni di una delle compagnie telefoniche che contano. Ma non posso dirvi quale: ho firmato un accordo di non divulgazione.

Fornari siede alla mia destra. La cosa mi rincuora. Sotto molti aspetti è il discografico più cattivo che conosca. Cinico e spietato, come piace a me. Mi guarderei bene dall’avere un problema con lui. Per mia fortuna, gli sono simpatico. 

Un tale Amministratore Delegato ci introduce al discorsetto di una tale Veronica Vullo. Ci spiega che è la cost controller dell’azienda e sembra essere molto impaziente di lasciarle la parola. 

Finalmente Doppia V si alza - per modo di dire, visto che sarà alta un metro e cinquanta - e comincia il suo sermone.  Una serie di banalità da sbadiglio. Mentre sto per addormentarmi, ecco il colpo di scena. Tra un’ovvietà e un’altra, Doppia V getta sul tavolo una frase come questa:

"Ammettiamolo. La discografia è un’industria alla frutta. Ha bisogno di qualcosa di nuovo. E noi siamo qui per offrirvi delle grandi opportunità."

Restano tutti in silenzio. Forno mi guarda, con un ghigno beffardo sul volto. 

"Possiamo fare molto business insieme. Ma non a certi prezzi o condizioni. Non ha davvero senso impuntarsi su certe questioni di principio… Abbassare la media del costo attuale delle licenze e rivedere le condizioni contrattuali potrebbe essere l’inizio di una collaborazione molto fruttuosa."

Forno si alza, raccoglie le sue cose e si dirige a grandi falcate verso Doppia V. Il suo completo scuro di Armani è irresistibile come la sua camminata. L’attenzione dei presenti è tutta per lui. 

La raggiunge e le porge un biglietto da visita.

"Grazie dell’invito."

Doppia V resta paralizzata. “Prego?”

"Se c’è dell’altro chiami pure la mia assistente. Questo è il suo bigliettino."

Mormorii di fondo. 

"Mi scusi, signor…"

"Fornari. Diego Fornari."

"Sì, scusi… Perché se ne va? Non vuole ascoltare la nostra proposta?"

"Non ci penso minimamente."

Qualcuno scoppia a ridere. 

"Le spiacerebbe dirmi perchè?"

"No di certo, signorina. Forse però spiacerebbe a lei."

"Si spieghi meglio."

"Siamo noi che vendiamo. Chi compra lo fa alle condizioni del venditore."

"Ma il venditore deve considerare il mercato…"

"Per l’appunto. Solo che la sua opinione sull’industria che rappresentiamo è che sia alla frutta. Dati alla mano, non coincide con la mia. Ma forse lei parla di vendite e io di music licensing… Mi creda, sono due cose diverse."

"Io mi baso sulle ricerche di mercato…"

"E io sui clienti che rappresento. A loro questo modo di ragionare non interessa."

"Sta buttando via un’opportunità."

"È quello che vorreste farci credere", sibila Forno lanciando uno sguardo esplicito ad Amministratore Delegato. "Dal mio punto di vista, siete degli intermediari che si guadagnano da vivere cercando di abbassare i prezzi dei fornitori dei vostri clienti. Ovvero di chi produce e sviluppa veramente qualcosa. L’idea di darvi da mangiare a scapito nostro e dei nostri artisti, mi perdoni, non mi trova consenziente. Perlomeno potreste proporvi diversamente… In questa maniera non ci sono i presupposti per un dialogo. Non so cosa ne pensino gli altri."

Silenzio tombale nella sala riunioni.

"È stato un piacere, per così dire."

Sotto gli sguardi attoniti dei presenti, Forno si volta, avanza coriaceo verso la porta, la apre e sparisce dalla visuale collettiva.

Non posso proprio resistere. Mi alzo ed esco a ruota, senza neanche salutare. Gli ruzzolo dietro e lo bracco davanti alla porta dell’ascensore. Si apre. Entriamo.

Forno, impassibile, schiaccia il tasto T. 

Come se non fosse successo nulla. E infatti è così.

Non-starter.

Glielo dico. Devo.

"Sei stato mitico. Questa è leggenda che si tramanda ai posteri."

"Non esageriamo, ragazzo. È solo il mio mestiere."

"Sì, ma svolto all’ennesima potenza."

"Perché, c’è un altro modo?"

No, davvero.

DIRTY LITTLE SECRET

"Porca troia. Non mi dire che adesso ce la ritroviamo tra i coglioni."
Vi ho mai parlato di Helga?
Ci sono cose imprescindibili nel music business. Helga è una di queste.
Ovviamente non si chiama Helga. Quello è il nomignolo che le hanno affibbiato, considerando le sue notevoli affinità con alcuni personaggi meno conosciuti tipo Goebbels o Himmler. Nell’ambiente si vocifera che sia stata lei a dettare Mein Kampf al vecchio Adolf, parola per parola. Conoscendola, non faccio fatica a crederci.
Per qualche ragione, Helga occupa la posizione di Tuttofare Ufficiale in una delle tre majors rimaste. Dico tre perché come forse saprete la EMI è passata a miglior vita. The Greatest Record Company In The World: forse una volta… Ad ogni modo, Helga è riuscita ad uscire indenne da tutte le fusioni e acquisizioni che hanno portato all’attuale situazione di mercato. Il che è senz’altro meritevole di enorme rispetto, considerando che non solo si tratta di una femmina ma anche di un pericolo pubblico, una mina vagante senza un briciolo di orecchie o talento.
Voi mi chiederete: ma allora che cazzo ci sta a fare lì?
Ricordatemi che vi devo una risposta.
Quello che a Tenenbaum non sembra andare giù (perlomeno non come il bicchiere di scotch che ingolla all’istante appena la vede) è che sta venendo verso il nostro tavolo.
Con Loverdose sotto braccio.
Sono consapevole che la nostra artista sia un peperino con una serie di ambigue frequentazioni: ma a tutto c’è un limite. Considerando Helga non so cosa pensare. Potrebbe essere qui indifferentemente in veste di discografica o di semplice mignotta lesbica.
"Cerca di sorridere, Tenny. Fai buon viso a cattivo gioco."
"Tranquillo, ragazzo. Solo che se mi chiami Tenny un’altra volta ti faccio fare il giro del ristorante a calci nel culo."
"Non farmi la suscettibile, ora."
Ci alziamo e diamo il benvenuto alle signore.
"Spero che non siate arrabbiati se ho portato la concorrenza" è l’esordio di Loverdose.
"Concorrenza? Scusa, io non la vedo", risponde Tenenbaum abbracciando calorosamente entrambe. Razza di paraculo. Poi Helga viene verso di me e mi bacia sulla guancia.
"Ciao, Roessler", sibila, lanciandomi il suo tipico sguardo da troia.
Il mio problema, vedete, è che non l’ho mai scopata. Ed è un problema grosso, se avete a che fare con un ego di queste dimensioni. Voglio dire: tutti si sono scopati Helga. E quando dico tutti intendo proprio TUTTI. La sua intera carriera è stato un percorso ad ostacoli di altezza compresa tra i 12 e i 25 centimetri. I suoi artisti? Se li è fatti quasi tutti. Il suo capo? Si è scopata pure lui. A quanto pare le uniche persone immuni al suo strapotere sessuale siamo io, Fits e un novero molto ristretto di professionisti che pensano prima al lavoro e poi alla figa.
Vi dovevo una risposta, giusto?
"Lisa ed io dobbiamo dirvi una cosa", annuncia Loverdose con uno sguardo ammiccante.
Lisa sarebbe Helga. Tenenbaum ha un piccolo tic nervoso.
"Ci siamo fidanzate."
Guardo mister T.
Lui guarda me.
Senso di sollievo.
"Beh, congratulazioni!"
E vai coi festeggiamenti e i brindisi.
La cena è un vero spasso. Devo ammettere che Helga riesce a starmi simpatica, a momenti. Fa persino ridere Tenenbaum di gusto un paio di volte. Merce rara. Tra un discorso e l’altro, però, mi accorgo che mi lancia occhiate che mi trapassano come stilettate.
Così decido di andarmene fuori a fumarmi una canna e faccio un paio di chiamate necessarie. Mentre rifletto su che cazzo voglia, eccola che si materializza davanti a me.
"Mi fai fare un tiro?"
Gliela passo.
Mi osserva. Le sorrido di rimando, con moderazione.
"Sei proprio un bel tipo, tu."
"Perchè?"
Silenzio. Mi guarda come se sapesse qualcosa che io non so. Mi ripassa la canna. Faccio un tiro.
"Lo sai che te la porterò via, no?"
Questo mi piace di Helga. La sua sfrontatezza. Voglio dire: è pieno di troie in giro che per fare carriera sono disposte a tutto. Come lei. Ma non sono molte quelle che lo ammettono spudoratamente. Rendiamo onore al merito.
"Sai com’è, Lisa. Succede. Io non ho le tette. Così va il mondo."
"Esatto. Mi è sempre piaciuto il tuo realismo."
"Il punto è un altro, però."
"Ovvero?"
"Vuoi un punto di vista obbiettivo o maschile?"
"Maschile mi pare più interessante."
"D’accordo. Allora ti dico che non esiste figa di cui prima o poi non ci si possa stancare."
"Grande verità. Ma il tuo problema è che io ve la porterò via prima che si stanchi di me."
"Ah, non ho dubbi che tu possa farcela, visto come sei arrivata dove sei."
"Non fare lo stronzo, Roessler."
"Non eri tu quella a cui piaceva il mio realismo?"
"Ahahaha. Touchè."
Ha il suo fascino, Helga, bisogna ammetterlo. È un’avversaria di tutto rispetto, soprattutto contando il fatto che lei ha la figa e io no. E che la sa usare a comando per ottenere qualunque obbiettivo.
"Senti, perché non abbiamo mai scopato noi due?" mi chiede.
"Perché mi fai paura."
"Tu invece no. Per niente."
"Lo so. E forse è anche per questo."
"Sei un uomo molto intelligente, Roessler. Come faccio a scoparti il cervello?"
"Non puoi. Ma forse puoi provare a portarmi via l’artista usando i tuoi mezzi. Sono certo che ti darebbe una grande soddisfazione."
Le passo la canna. Fa un gran tiro e mi fissa per tutto il tempo.
"Certo. E lo sai. Non potendo scoparti, ci provo dall’altra parte."
"Sei proprio una gran signora, tu."
"Dai, su. Scherzavo."
"Non credo."
"Infatti, no."
"Lisa."
"Eh."
"Fammi un favore."
"Dimmi."
"Ripassami la canna e levati dalle palle, su, che devo fare una telefonata urgente."
"Okay, okay. Dai, non ti arrabbiare."
"Non sono arrabbiato."
Vedo nel suo sguardo che assapora già il gusto della vittoria. Mi fa l’occhiolino e sculetta verso il nostro tavolo. La guardo da dietro. Non mi dice niente. Recupero il cellulare dalla tasca della giacca e controllo lo schermo: il microfono è ancora acceso. Lo spengo, salvo il file e lo inoltro. Poi torno a dispensare sorrisi e pacche sulle spalle.


"Allora?"
"Si sente perfettamente."
"Favoloso."
"Vuoi risentire?"
"Basta e avanza. Grazie. Me ne ricavi una versione in mp3?"
"Considerala già nella tua casella di posta."
"Passa domani in ufficio e mandami la fattura, che ti pago all’istante."
"Mi piace fare business con te, Roessler."
"Ti assicuro che è reciproco."
"Senti, scusa."
"Eh."
"Ma quella troietta con cui parlavi…"
"Seee…"
"Credo di riconoscere la sua voce."
"Cioè?"
"Beh, ci vuole un po’ di immaginazione… Non vorrei che pensassi che sto violando la mia etica professionale…"
"No, affatto…"
"Ma se non te lo dicessi non sarei trasparente…"
"Certo, certo…"
"Così, su due piedi, ti direi che era l’amante del tuo capo."
"Di Tenenbaum?"
"Tenenbaum? Ma và, lui se ne scopa già abbastanza… Era l’amante di Weiss."
Santiddio.
"Senti, non dirlo a nessuno okay?"
"Sarò muto come un pesce."
"Si, ma come un pesce lanterna. Ci siamo capiti?"
"Non preoccuparti. Vuoi che non sappia mantenere un segreto?"

HATE TO SAY I TOLD YOU SO

"Allora?"
"Ce l’ho."
"E?"
"Ahò, nun sono nei sessanta…"
"Stai scherzando, vero?"
"Heeehehehehehehehehe!"
"Mortacci tua, Michè… Vuoi farmi morire?"
"Perché, nun te lo meriteresti?"
"Un altro giorno, magari."
"Stavi in tensione, regà?"
"Ci puoi scommettere."
"È perché nun te fidi di Michè tuo…"
"Anche su questo hai ragione. Dopo i tuoi ultimi voli pindarici, sai."
"Eddaje, ‘o sai che è stato un malinteso…"
"Chiamalo come cazzo vuoi, Michè."
"Pure er capo tuo m’ha scaggionato… A’ pischè, ma chevvoi deppiù?"
"Non darmi del pischello, Michele."
"Ah, regazzino vabbene ma pischello no?"
"Veramente non andrebbe bene nessuno dei due…"
"D’accordo, stai ancora incazzato."
"Parliamo di cose serie, su. Dobbiamo entrare tra quei sei."
"Eeeeh, miracolo."
"Pensavo fossi tu l’esperto in materia."
"La fai troppo facile, regà… Quest’anno ce vole Houdini."
"Ma falla finita. Quattro sono già assegnati. Ne restano due."
"Appunto. Te rendi conto?"
"Assolutamente."
"Può succedere de tutto…"
"Non se gli proponi uno scambio vantaggioso."
"Sarebbe?"
"Non far finta di non sentire, Michè. Quanti tra i tuoi clienti hanno avuto proposte per andare al Festival?"
"Vabbè ma che c’entra, scusa? Mica posso usà loro per avvantaggiare voi…"
"No, non è che puoi. Devi."
"E perchè mai?"
"Non so. Potremmo avere tanto in comune…"
"Cioè?"
"Magari l’hai messa in culo a loro come hai provato a metterla in culo a noi, ad esempio. Potrei organizzare una tavola rotonda, che ne dici?"
"Nun arriveresti a tanto."
"Mettimi alla prova."
"T’ho già detto che…"
"Lo so cosa cazzo mi hai detto. Perciò di che stiamo parlando?"
"Eddai, su. Nun metterme in ‘sta posizione demmerda…"
"Anche se non avessi scazzato non cambierebbe niente… Te lo chiederei comunque. La differenza è che adesso, mentre te lo chiedo, ti sto offrendo la possibilità di recuperare della credibilità nei miei confronti. Però se non ti interessa puoi sempre chiamare Tenenbaum e mi eviterò il fastidio."
"Sei proprio un grande stronzo, Roessler."
"Già. Ma non un infame. Ricordatelo. Perciò adesso muovi i tuoi tentacoli e cerca di darmi qualche motivo per non far intervenire qualcuno dall’alto."
"Visto come butta me sa che sarebbe mejo."
"Tu credi?"
"Eccome."
"Io invece la vedo così: ti avranno anche "scagionato" ma odori di sospetto. Basterebbe alzare un filo di brezza e avresti dei problemi ben più grossi dell’infilare a forza i nostri artisti a Sanremo. Perciò muovi il culo, Michè, e vedi di non irritarmi più di quanto tu abbia già fatto."
"Pensi davero de riuscì a ingabbiarme così, in secula seculorum?"
"No, solo per stavolta. Ma sarà più che sufficiente."
"Comunque su una cosa hai raggione."
"Cosa?"
"Sarebbe mejo che nun te chiamassi più nè pischello nè regazzino."
"Non dirmi che non te l’avevo detto."

BOHEMIAN RHAPSODY

Io e Tenenbaum siamo nell’auto presidenziale di Weiss e ci stiamo fumando una canna.
Non saprei dirvi bene come siamo finiti proprio qui. Ma ci siamo.
Weiss ha un autista di colore che viene da New Orleans. Questo sì che è stile.
"Cercate almeno di non scaccolarmi sui sedili, cazzo."
Vi presento Wayne. Detto Way-In. Detto da lui, ovviamente.
"Tenenbaum, ma come cazzo ci siamo finiti qui? E soprattutto che ci fa questo brutto negraccio nella limousine del capo?"
"In fondo credo sia un romantico. Pensa che faccia folclore."
"Seee, fate gli stronzi voi due. Ma senza Way-In dove cazzo credete di andare?"
"Tu che ne dici, Roess?"
"Ah, guarda. Dopo questo tiro non so nemmeno se riuscirò a staccarmi dal sedile."
"Funziona l’autoradio in questo catorcio?"
"Solo il cd."
"Il cd."
"Si, la radio l’ho eliminata. Mi annoia a morte. Non so se hai presente le stazioni radio in Louisiana, viso pallido…"
"Un lettore mp3 lo possiedi, neanderthal?"
"Non so di cosa tu stia parlando…"
"E pensare che provieni dai modernissimi United States Of America…"
"Infatti ti stavo coglionando, vecchio ebreo. Hai una chiavetta USB, immagino."
Tenenbaum gliela allunga.
"E adesso alza il volume, metti in moto e fatti un lungo giro, schwarzkopf."
Devo riconoscerglielo. Wayne è la miglior guida notturna post-sconvolgimento al mondo. Un conducente coi fiocchi: la sua è quella che definirei una guida felpata. Ha un intuito panoramico, nel senso che sa sempre trovare percorsi che valga la pena di osservare. Se poi gli passi un tiro di canna e gli dai un po’ di musica può diventare l’equivalente del Francis Ford Coppola degli autisti.
Restiamo in silenzio ad ascoltare la musica e a guardare fuori dal finestrino per un tempo indefinibile. Wayne guida attraverso Piazza Duomo, attorno al Castello Sforzesco, si lancia su San Siro, ritorna sui navigli. Nei pressi di Porta Romana, però, abbassa di colpo il volume e rompe l’incantesimo.
"Capo, cos’è questa cosa?"
"Un nostro gruppo emergente. Little Death Machine."
"Però."
Silenzio.
"Perché me lo chiedi?", gli fa Tenenbaum.
"È la cosa migliore che ho sentito finora."
"Meglio di Loverdose?"
"Chi?"
"La ragazza che cantava prima?"
"Ah, quella. Brava, eh. Ma non come questi."
"Meno male che fai l’autista, carbonella…"
"E che autista", aggiungo.
"Siete proprio due coglioni."
"Dai, su, torniamo indietro prima che Weiss se ne accorga."
"Posso rimettere questo pezzo?"
"Basta che non apri più bocca."
E così torniamo indietro riascoltando quattro volte “Voyeur Shore”.
Tenenbaum nel frattempo ha rollato una canna di richiamo. Sto per morire, lo so.
E succede qualcosa.
È il pezzo.
Al secondo ascolto è già molto meglio del primo.
Al terzo è enormemente meglio del secondo.
L’ultimo ascolto è devastante. Tenenbaum e io scuotiamo la testa come due ragazzini. Guardo Wayne e sta facendo lo stesso. Tutti a tempo.
Siamo in un cazzo di film. Solo che è Wayne’s World, a quanto pare.
Finalmente arriviamo. Non ce la facevo più. Son troppo vecchio per l’headbanging.
Cioccolatone si gira verso di noi e porge la chiavetta a Tenenbaum.
"Peccato dovertela ridare. Mi ha reso sopportabile la vostra presenza."
"Potremmo sempre forarti le gomme, uomo pece."
"Forza, portate via il culo da qui."
Tenenbaum gli allunga una bustina.
"Cosa sarebbe, una mancia?"
"Guardalo bene. È un pezzo di fumo."
"È per i tuoi momenti intimi", gli dico.
"See see. Volete solo comprare il mio silenzio, voi due."
"Anche quello. Con la simpatia."
"Ammettilo, Wayne. Ti stiamo simpatici."
"Proprio. Come un chewing-gum attaccato alla scarpa."
"Che ingrato. E sì che ti ho presentato la mia amica Diana…"
"Ma chi, l’escort?"
"Ma come, lo sapevi?"
"Certo che si… Una bella signora come quella con un negraccio come me?"
"Poteva sempre essere una ninfomane con la passione per la china."
"Ti facevo più sveglio, Tenny."
Ahaha. Tenny?
"Dai, su, prendi la tangente e vaffanculo."
"Okay. Ma solo perché è di prima qualità."
"Come se le altre volte fosse stata robaccia."
"Senti, T. Mi fai avere quella canzone?"
"Ancora?"
"Dai, su."
"Te la mando io con WeTransfer, se pensi di riuscire ad usarlo", gli dico.
"Ci proverò, buana."
"Ci si vede, cioccolatone."
Scendiamo e improvvisamente mi ricordo dove siamo.
Cazzo.
"Tenenbaum."
"Eh."
"Dobbiamo proprio rientrare?"
"Temo di sì."
"In questo stato?"
"Mi sa."
"Okay."
"Andiamo."
"Aspetta. Che faccia ho?"
"La solita. Da pirla."
"Allora va bene."
"Coraggio. Sorridi."

LABELS OR LOVE

"Ehilà, vecchio. Come stai?"

Edoardo Zerbino è quello che oggigiorno, tra le majors, chiamano un A&R. Un titolo sontuoso: Artist & Repertoire. Figure nevralgiche nella galassia discografica, prima che il loro mestiere si trasformasse in un più sbrigativo Assault & Robbery.

"E come vuoi che stia?", gli rispondo, stringendogli la mano.

"Come uno che sta in cima alle classifiche, immagino."

Da Stefanino è strapieno come sempre, all’ora di pranzo, ma Edo è riuscito a farsi dare un tavolo relativamente appartato. Quanto basta da non dover urlare per capirci. 

"Era da un po’ che non venivo qui."

"A chi lo dici."

"Non vedo l’ora di farmi un bel piattone di moscardini affogati."

"Così buoni che dovrebbero essere illegali."

"Amen. Brindiamo ai moscardini di Stefanino."

"Ai moscardini."

Mi sa che la sta prendendo larga. 

Ci vogliono due porzioni di moscardini, un branzino al forno con patate, due bottiglie di bianco, due caffè e una grappa prima di entrare nell’argomento. Nel frattempo conversiamo del business e delle nostre vecchie conoscenze in comune. Arlenghi che è andato in pensione. Tissone che ha mollato tutto e adesso vive a Caracas con una ventenne. Tagliavento che è finalmente diventato dirigente. La Cerminati che è finita in Mediaset. 

"La verità, Roessler, è che siamo rimasti in pochi a saper fare questo mestiere."

"Pochi, ma buoni."

"Alcuni sì. Come ad esempio voi."

"Noi?"

"Certo, voi."

"Non siamo mica discografici…"

"Ti sbagli. Lo siete come e più di noi. Guarda cosa avete combinato con questa pischella…"

"Un bel colpo di culo, no?"

"Dai, non prendermi in giro. Sono cinque settimane che state al numero uno con un disco autoprodotto. Robbie, Lady GaGa, Modà, la Amoroso, Vasco, i finalisti di X Factor… Tutti a rincorrervi. State mettendo tutti in fila."

"Sai cosa, Edo… Noi non pensiamo in questi termini. Ci concentriamo sull’artista e lasciamo le stronzate agli altri."

"E pensate bene, a quanto pare."

"Forse dovreste cominciare a farlo anche voi, lassù a Fantasilandia."

"Eh. Ad averne il tempo…"

"Beh, trovatelo. Se lo facciamo noi potete farlo anche voi."

"Hai idea di quanti progetti segua uno come me?"

"Più o meno sì. Ma se meno del 10% di loro genera un profitto vuol dire che la maggior parte del tempo la butti via. Potrebbe essere usata molto meglio."

"Non potrei essere più d’accordo."

"Quindi presumo di non essere venuto fin qui per parlare di Loverdose."

Mi guarda come se gli avessero appena sparato in pieno petto.

"In realtà, Roessler, avrebbe dovuto essere l’argomento del giorno…"

"Lo dico per te. Risparmiati l’imbarazzo."

"Ma non fare lo stronzo, dai…"

"Va bene, allora. Mostrami le tue carte."

"Vorremmo prendere questo disco in licenza, con un’opzione per acquisirla col prossimo, a condizioni prefissate."

"Bella questa. Volete un’opzione per portarcela via?"

"Saremmo anche intenzionati ad assumervi come consulenti sul progetto, per tutta la durata dell’eventuale accordo. Avrete quasi carta bianca."

"Ma non mi dire."

"Sarà un’offerta vantaggiosa, vedrai. Per voi e per lei."

"Un’offerta tresessanta?"

"Ovviamente."

"Sei spiritoso, devo concedertelo."

"E su questo disco, che alla fine resterebbe comunque vostro, avreste tutto il nostro supporto."

"Edo."

"Eh."

"Siamo al numero uno da cinque settimane."

"Eh."

"Ma di quale supporto parli?" 

Silenzio tombale.

"Ti dirò qualcosa che non immaginate, lassù a Fantasilandia. È solo l’inizio. Ripassa quando avremo finito e ci faremo delle grasse risate pensando a quella che adesso chiami un’offerta vantaggiosa…"

"Non hai neppure idea delle cifre."

"Non serve."

"Non ti interessano i soldi?"

"Diciamo che non sono la nostra priorità immediata. Ne abbiamo abbastanza per sostenere il progetto anche da soli. Ma voglio essere aperto. Dammi una ragione per spartire con voi questo business."

"Investiremo sull’artista."

"Suona bene. Per il momento voglio limitarmi a prenderlo come un complimento."

"Starebbe a dire?"

"Che ne riparliamo quando il ciclo di vita di questo disco sarà avviato verso la sua conclusione. A quel punto, numeri alla mano, faremo valutazioni più concrete."

"Mi stai dicendo che non ti interessa darci in licenza questo disco?"

"Posso darvi una licenza sul supporto fisico e qualche commissione per i business procurati in qualità di licenziatari. Per tutto il resto temo che se ne riparlerà al momento opportuno."

"Tutto qui?"

"Meglio di un pugno in un occhio, no?"

"E saresti disposto a promettermelo per iscritto?"

"Manco per il cazzo."

"Dunque dovrei fidarmi e basta."

"Amico. Sei stato tu a chiamarmi."

"Hai ragione, Roessler, scusa."

"Non c’è problema. Comunque esci da qui con qualche punto a tuo favore."

"Tipo?"

"Sei il primo che ha mostrato dell’interesse. Sono cose a cui normalmente prestiamo attenzione."

"Non era difficilissimo, considerate le circostanze…"

"I tuoi concorrenti non si sono ancora mossi. Sei un passo avanti a loro."

"Pensavo che grondassi di offerte…"

"Si, dai perdenti. Non dai tuoi competitors."

"Potrebbero farsi vivi."

"Tranquillo, mi ricorderò di chi è arrivato in anticipo."

"Grazie."

"Grazie a te per questa scorpacciata."

Arriva un ultimo giro di grappa.

Guardo Edo. Man down. 

Cin cin. Salute.

"Lo sai, Roessler", mi dice mentre usciamo, "non posso farci niente, mi stai simpatico. Provo molto rispetto nei tuoi confronti. Cazzo, sei l’uomo dei records. Milioni di dischi. Milioni. Oggi se ne vendi centomila è un boom pazzesco."

Mi stringe la mano.

"Altri tempi."

"Già. Ma mi fa molto piacere che tu sia venuto. E ti prego, restiamo in contatto."

Continua a stringermi la mano.

"Più in contatto di così…"

Alla fine realizza e molla la presa.

"Ehm… Scusa."

"Ma figurati."

"Ero sovrappensiero…"

"Tranquillo. È solo che non vorrei rimanere incinto."

CRISES

"Non puoi capire cos’ho appena combinato." 

Fits sembra sull’orlo di una crisi di pianto.

"Non se non me lo spieghi."

"Volevo scriverti questa mail…"

"Eh."

"Forwardandoti una mail del cliente dove dava di matto…"

"Cioè?"

"Mi ha scritto certi deliri… Volevo renderti partecipe… Ho aggiunto dei commenti un po’ forti…"

"Io non ho ricevuto nessuna tua mail…"

"Aspetta, Roessler. Fammi finire."

"Okay."

"Invece di cliccare forward ho cliccato reply…"

"L’hai mandata al cliente?"

"Si."

Oh cazzo.

"Non sai cosa ti avevo scritto…"

"Riassumimi il peggio."

"Beh… Tipo… Questo coglione farebbe meglio a imparare a scrivere canzoni piuttosto che copiare quelle degli altri e poi rompere il cazzo perché nessuno se lo caga di striscio?"

"Ah."

"Eh."

"Ricordami di ricordarti che dobbiamo parlare del tuo linguaggio, un giorno o l’altro."

"Molto divertente."

"Richiamalo subito."

"Scherzi?"

"Per niente. Richiamalo e mandalo affanculo."

"Ti sei drogato, per caso?"

"Ascoltami bene. Devi farlo sembrare un gesto di estremo impulso. In fondo sono tre mesi che spacca i maroni con le sue teorie del complotto… E sono tre mesi che cerchi di tenerlo calmo. Può succedere che uno abbia un momento di cedimento."

"E il mio momento di cedimento sarebbe mandarlo affanculo?"

"Esattamente. Devi sembrare furioso. Mette in dubbio la tua credibilità… Ti sfinisce di lamentele… Ma come si permette? Forse non si fida? E poi… Scusati."

"Cosa?"

"Scusati. Di colpo ti ripigli. Scusami sai, ma tutta questa pressione… Questi sospetti… Mi hanno dato alla testa."

"La verità, insomma."

"Si. Però ritoccata ed esposta in maniera teatrale. Pensi di farcela?"

"Non so."

"Perchè?"

"Quello è un gran pezzo di merda. C’è il rischio che se le prenda a morte."

"Vedi alternative migliori?"

"…"

"Ascolta, Fits. È la tua unica chance. L’unico modo di spiegare una risposta del genere. Farla sembrare irrazionale, impulsiva… Ma devi agire subito. Se lo chiamassi tra tre ore non saresti credibile."

"Va bene. Lo chiamo."

"Ma subito."

"Va bene, va bene…"

"E comincia tu. Devi sembrare stressatissimo. Martellalo e non ti fermare."

"Ci provo."

"No, lo DEVI fare. Non dargli spazio né tregua. E richiamami appena hai finito."

"Okay."

∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞

"Allora?"

"Tuttapposto."

"Cioè?"

"Se l’è incredibilmente bevuta. Solo che non ho fatto in tempo a scusarmi: l’ha fatto prima lui…"

"Non ci credo."

"Ti dirò di più: sembrava impaurito. A un certo punto ho minacciato di mollare tutto, tanto era tutto inutile visto il suo atteggiamento… E lui mi ha pregato di non farlo…"

"Del tipo: no, Fits, dai, non fare così?"

"Si, si…"

"Ahahaha… Meraviglioso."

"Grazie della dritta."

"Figurati."

"Com’è che sai sempre come salvarmi il culo?"

"Logica."

"Per esempio? Mandare affanculo un cliente per fidelizzarlo sarebbe quello che definiresti logica?"

"Devi pensare più esteso, ragazzo."

"Cioè?"

"Tante merde in giro hanno un disperato bisogno di essere cagate."

"Proverbio francese?"

"Saggezza orientale."

"Tu si che hai classe."

"Puoi dirlo forte, cazzo."